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Circolo Miani » News Correnti » Page 7

Bruno, e poi?

» Inviato da valmaura il 20 February, 2019 alle 12:53 pm

E davvero “Bruno” come lo conoscevano quasi tutti che hanno oggi più di 40 anni era il suo vero nome?

Sempre con il suo triciclo, sempre con il suo impermeabile con coppola da far sembrare quello del “tenente Colombo” un raffinato capo di Valentino.

Sempre a tirar su cartoni e brontolare: si dicesse avesse la “base” al vecchio Silos, ma non ci giureremmo.

Certamente i triestini erano talmente abituati a vederlo in giro per la città che sembrava esserci sempre stato: parte integrante del panorama.

Ma chi era quest'uomo?

Usiamo l'imperfetto perchè, anche se era impossibile dargli un'età tanto negli anni appariva sempre uguale, pensiamo che oramai sia scomparso da tempo.

Sarebbe bello, e soprattutto umano, ricordarlo e conoscerlo un po' meglio di quel “Bruno dei cartoni”.

Nel ringraziare il lettore Tommaso per averci mandato la foto qui sotto, rivolgiamo l'invito a tutti voi: chi sa parli, e scriva!

https://www.facebook.com/circolo.miani/photos/a.1497907753813521/2399863033617984/?type=3&theater




“Italiani brava gente?” Non sempre e dappertutto.

» Inviato da valmaura il 17 February, 2019 alle 2:51 pm

Nel settembre 1992, o giù di lì, il Governo italiano aveva donato alla neonata Repubblica di Croazia un contributo di Quattro Miliardi delle vecchie lire quale aiuto per la costruzione di scuole ed asili.
Neppure un mese dopo in una conferenza stampa internazionale il Vice di Franjo Tudman, Presidente della Croazia indipendente dall'otto ottobre 1991, aveva rivolto un pressante invito ai capitali stranieri, in particolare tedeschi, austriaci, francesi ed americani, perchè venissero ad investire nella gracile e traballante economia balcanica.
Alle domande di alcuni giornalisti sul perchè avesse omesso dall'invito l'Italia, forse per una svista, il leader Croato rispose che non di dimenticanza si trattava ma di scelta voluta: il suo Governo meno sentiva parlare italiano e meglio era.
Incalzato dalle domande della stampa internazionale se il veto fosse legato alle vicende della Seconda Guerra mondiale (formalmente la Croazia divenuta monarchia dopo lo smembramento del Regno di Yugoslavia sotto l'incalzare dell'invasione tedesca e italiana, soprattutto tedesca, era stata assegnata alla casa Savoia: Aimone Roberto Margherita Maria Giuseppe Torino appartenente al ramo Savoia-Aosta. Fu re di Croazia con il nome di Tomislavo II, senza però mai prendere possesso del trono e ben si guardò dal mettere mai piede a Zagabria, e lo Stato fu retto da un Reggente: Ante Pavelic capo degli Ustascia, movimento ultranazionalista coltivato per anni dal Fascismo. Mentre una fascia costiera fu assegnata direttamente all'Italia), il Vicepremier Croato annuì ma, con gran stupore dei giornalisti ne diede motivazioni sorprendenti.
Ovvero l'Italia era sgradita non come paese invasore ed occupante – ed allora i tedeschi ed austriaci? - ma per l'anomalo comportamento delle sue truppe d'occupazione. Ossia l'esercito italiano aveva, a suo dire, colpevolmente protetto gli ebrei, gli antiustascia e le minoranze etniche, a partire da quelle serbe e bosniache, rifiutandosi di consegnarli ai campi di concentramento e sterminio Ustascia e nazisti, e facendoli espatriare nascostamente nel Regno (italiano) d'Albania.
Gran scalpore sulla stampa europea ed americana suscitarono queste affermazioni e tutti si aspettarono l'immediata espulsione dell'ambasciatore croato a Roma, meglio se in un vagone piombato in ricordo dei “tempi andati” di nazista nostalgica memoria, il ritiro di quello italiano a Zagabria e la richiesta del Governo italiano di totale isolamento da parte dell'Europa fino alle dimissioni del Governo croato. Oltre naturalmente l'immediata revoca del “dono” di quattro miliardi incautamente stanziato.
Nulla di tutto ciò avvenne. Ma questo va ricordato per chiarire come l'esercito italiano ebbe facce e comportamenti diversi.
Durissimo, feroce e criminale in Slovenia (“si fucilava troppo poco” i civili come telegrafò l'allora comandante del corpo d'occupazione del regio esercito). Di segno talvolta opposto in Montenegro dove molti militari italiani dopo l'otto settembre 1943 si unirono alle formazioni partigiane yugoslave.
Ecco un “ricordo” degno di questo nome pone a noi tutti giustamente molte domande e impone riflessioni complessive sul ruolo svolto dall'Italia in quel contesto, e non la rimozione che purtroppo è avvenuta delegando il tutto al ricordo di una sola giornata.

https://www.facebook.com/circolo.miani/photos/a.1497907753813521/2397788363825451/?type=3&theater




Cosa insegna la “giornata del ricordo”.

» Inviato da valmaura il 15 February, 2019 alle 12:24 pm

Premessa: essendo oramai quasi scomparse le persone che vissero quelle tragiche esperienze colpisce la durezza e l’acredine di certi commenti da parte dei loro attuali discendenti, quasi tutti nati e comunque vissuti nell’odierna Italia ed in Europa. Lasciamo perdere gli insulti e le trivialità che sui “social” a partire da Facebook trionfano oltre ogni limite (ma stranamente qui le “regole” di Zuckerberg non valgono).
Appare desolantemente chiara la grassa ignoranza dei politici, tutti: nuovi e vecchi, che si misurano con la questione in forma pubblica.
Altrettanto triste, e non scusabile, è la non conoscenza nel merito da parte degli organi di stampa (scritta e televisiva) tanto che chiamarli di “informazione” sarebbe parola grossamente impropria, che si limitano al ruolo di megafono del sciocchezzaio politico ed istituzionale.
In questo quadro da cerimonia staraciana spicca tristemente il silenzio, o la timidezza degli storici e degli studiosi che avrebbero invece tutti gli strumenti per fare chiarezza e seria ricostruzione con la dovuta onestà intellettuale.
Si, un ben triste ricordo che fa torto alle vittime.




Vietato vietare.

» Inviato da valmaura il 12 February, 2019 alle 4:23 pm

Francamente basta. Non se ne può più di queste intromissioni nella nostra vita privata.
Ora, oltre a permettere ai ciclisti di andare “contromano” nelle vie cittadine e di avere la precedenza ai semafori, oltre che a percorrere in un senso e nell'altro le corsie riservate ai mezzi pubblici, si inventano il divieto di fumare in macchina anche quando sei solo. Tra poco lo vieteranno anche nel cesso di casa, dopo le panchine nei parchi.
Ma non è la questione del fumo sì, fumo nò: ben altra è la posta in gioco.
Quella della compressione progressiva dei diritti e delle libertà individuali.
Tra poco la polizia municipale girerà con il metro e le forbicione al seguito per misurare la lunghezza dei capelli, e zac!
Invece del “Grande fratello”, che ci spia e controlla anche quando ci scappa un ruttino, invece di spendere barcate di milioni in telecamere e sistemi di sicurezza, e trasformare le città in caserme, destinino tutti questi soldi per sanare la nostra sanità, gli ospedali ed i pronti soccorsi che cadono a pezzi.
Invece di rifare una piazza Libertà (Stazione) che va benissimo com'è in una città che tra l'altro perde duemila abitanti all'anno, e buttare cinque milioni di euro ed una ventina di rigogliosi alberi, li usino per l'assunzione di personale ospedaliero o piazzino su ogni ambulanza il medico come c'era una volta.
Mi sono sbagliato su di un verbo. Questi politicanti non “buttano” via niente, anzi, i quattrini nostri li fanno girare tra amici che poi si comportano, appunto, da amici.




In nome del padre.

» Inviato da valmaura il 11 February, 2019 alle 2:47 pm

Ho atteso la fine di queste commemorazioni legate alla “giornata del ricordo” e ne ho tratto una prima immediata conclusione: se mio padre, Galliano Fogar non fosse deceduto nel 2011 oggi sarebbe sicuramente morto per infarto a leggere, e sentire, tante corbellerie su quel tragico episodio.
La prima cosa che salta agli occhi è il pressapochismo e l'ignoranza trionfante tra chi ne parla e scrive, dunque a partire dai politici di ogni colore e dalla stampa.
In quest'ultima spiace sinceramente annotare il ripetuto infortunio occorso al pur bravo Paolo Mieli, complice il silenzio compiaciuto di Raul Pupo, nell'avvalorare la tesi delle “verità nascoste” di cui nessuno aveva parlato fino all'arrivo di Pupo “primo tra i primi”. In realtà ultimo tra gli ultimi perchè a parlarne e scriverne in centinaia di ricerche, saggi e libri furono a partire dagli anni, e addirittura mesi, dalla fine della guerra in poi alcuni ricercatori e storici, ben noti a Trieste ed in Italia tra cui figurano Galliano Fogar, per l'appunto, Guido Miglia e Teodoro Sala per citarne solo alcuni, dai cui studi e ricerche trae spunto decine di anni più tardi il Pupo per le sue pubblicazioni.
Pertanto assai grave il suo compiaciuto e furbesco silenzio di fronte alle affermazioni dell'incolpevole Mieli non tanto per non fare torto a coloro che nulla “nascosero” e subito pubblicarono: sono trapassati da anni e si sa che “la morte è una livella” come scrisse il grandissimo poeta Totò, ma per il tacito e falso avvallo dato alle tesi appunto delle “verità nascoste” che invece “nascoste” non erano, ma semplicemente quanto in parte volutamente ignorate e non lette, e diffuse, da una politica ed una stampa interessate non ad informare e ricercare “verità e giustizia” quanto piuttosto a strumentalizzare la storia.
Detto questo pubblichiamo alcuni di questi strafalcioni, con una premessa riservata ad alcuni ricercatori che sostengono come nel Pozzo della miniera di Basovizza non furono gettati corpi alcuni.
Proprio una delle prime indagini di Galliano Fogar, di cui si servì poi l'ente per le onoranze ai caduti della Germania Federale per traslare le loro salme in patria, riguardò i corpi di una ottantina di soldati germanici caduti nella battaglia di Opicina, violentissimo scontro per rallentare la discesa su Trieste del IX Corpus Yugoslavo, e sepolti frettolosamente, come si usava sul terreno carsico, nella “fossa” di Basovizza e poi traslati in parte al cimitero di Sant'Anna, come risulta dai registri consultati allora dal Fogar.
Detto questo partiamo dall'odierno sciocchezzaio pubblicato un tanto al chilo.
“Ricordare le Foibe, che sono parte integrante della storia del nostro Paese, significa rendere giustizia a chi morì solo perché italiano”, ha sottolineato, sempre cinguettando l’esponente del Partito democratico, Nicola Zingaretti.”
“Mattarella “ Foibe: fu odio etnico contro gli italiani” titolo apertura Piccolo 10 febbraio.”
“E prima di partire per Basovizza anche il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha lanciato un messaggio sui social. “Trieste, spettacolo unico. Oggi qui per onorare il sacrificio di migliaia di connazionali torturati, massacrati e gettati nelle foibe, spesso ancora vivi, dai comunisti. La colpa? Essere Italiani. I BIMBI (?) morti nelle foibe e i bimbi di Auschwitz sono uguali”
Come il principale storico dell'Università di Lubiana, Tone Ferenc, che per primo ebbe accesso agli archivi di Stato dopo la dissoluzione della Yugoslavia, e che accettò l'invito del Circolo Miani a venirne a discutere a Trieste nel ciclo “Trieste in Guerra” organizzato proprio dall'Associazione e solo perchè vi partecipava Galliano Fogar. E come confermò la Commissione mista intragovernativa degli storici, non ci fu “pulizia etnica” ma pulizia ideologica tesa ad eliminare, deportare ed imprigionare, tutti coloro che erano ritenuti, a torto o ragione, oppositori della futura Repubblica socialista yugoslava. A partire ovviamente dai criminali di guerra e dai collaborazionisti di nazisti e fascisti.
I fatti vanno inseriti nel contesto storico di quel periodo (maggio, giugno 1945), mesi che furono contrassegnati da sommarie esecuzioni in tutta l'Europa occupata dal terzo Reich. Basti pensare alle migliaia di esecuzioni in Belgio, tra Fiamminghi e soprattutto Valloni, in Francia, a partire dai collaborazionisti di Vichy, in Austria con la consegna di tutta l'armata Cosacca, rifugiatasi con famiglie al seguito nella piana di Lienz (Ost Tirol), ai Sovietici in vagoni piombati a cura dell'esercito inglese.
E sempre a cura degli Inglesi lo sbarramento delle vie di fuga al confine austriaco di oltre un centinaio di migliaia di Croati, Sloveni, Serbi con famiglie al seguito che poi in gran parte vennero sommariamente uccise da parte dei partigiani yugoslavi.
A dimostrazione, se ce ne fosse ulteriore bisogno, che la “pulizia etnica” non ci entrava per nulla.
I numeri. Ricavabili dagli archivi dell'ISTAT e del Ministero della Guerra danno questi dati.
“Gli arrestati nelle province di Trieste e Gorizia furono circa 10.000, ma la maggior parte di essi fu liberata nel corso di alcuni anni. Secondo una ricerca condotta a fine anni '50 dall'Istituto centrale di statistica, le vittime civili (infoibati e scomparsi) nel 1945 dalle province di Trieste, Gorizia ed Udine furono 2.627. Probabilmente la cifra pare leggermente sovrastimata, perché qualche prigioniero può essere rientrato senza darne notizia. D'altra parte, a tale stima vanno aggiunte le circa 500 vittime accertate per Fiume e qualche centinaio dalla provincia di Pola. Inoltre, mancano dal computo i militari della RSI, per i quali il calcolo è difficilissimo, in quanto le fonti non li distinguono dagli altri prigionieri di guerra. Una stima complessiva delle vittime fra le 3.000 e le 4.000 sembra perciò abbastanza ragionevole.”
Ora veder scrivere sul Fatto quotidiano online di ieri che alla manifestazione di Basovizza“hanno rivolto un pensiero ai “martiri del tragico eccidio”, in cui si stima abbiano perso la vita oltre 300mila persone” non è tollerabile né giustificabile, e proprio per rispetto ai morti prima che alla verità storica.
Certamente l'essere “italiani” non ha giovato in un paese invaso ed occupato dalle truppe italiane, accanto a quelle tedesche. Truppe, italiane, che si sono macchiate di stragi e feroci uccisioni, bruciando villaggi.
In una realtà dunque dove l'Italiano era sinonimo di fascista. Anche per il ventennio di precedente brutale snazionalizzazione delle minoranze slovene e croate presenti nella Venezia Giulia, contro cui si battè inutilmente il Vescovo ed Arcivescovo di Trieste e Capodistria Luigi Fogar, fino alla sua rimozione voluta dal Mussolini nel 1936.
E proprio nel 1936 il PrefettoTiengo proibì la liturgia slovena in certe chiese, al che Fogar rispose con una circolare ai parroci in cui si ribadiva di seguitare a rispettare "le consuetudini diocesane per ciò che riguarda il culto", ovvero a continuare ad usare la madrelingua slovena.
Quanto la vicenda più che “etnica” fosse politica, il che ovviamente non è una scusante, anzi, lo dimostra il fatto che durante i quaranta giorni di occupazione yugoslava di Trieste i maggiori ricercati, vedere i manifesti affissi allora sui muri della città, erano proprio i vertici del CLN triestino, in particolare Ercole Miani e Galliano Fogar.
Un tanto lo dovevo a mio padre.
Maurizio Fogar

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