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Circolo Miani » News Correnti » Page 1

E la Risiera di San Sabba?

» Inviato da valmaura il 20 April, 2019 alle 12:34 pm

Ci scrive (Facebook Circolo Miani) un lettore un civilissimo commento che ci fornisce l’occasione di rispondere a tanti.
"Alessio Dapretto sarò sincero : sulla definizione di " campo di sterminio " applicata alla risiera ho sempre avuto qualche dubbio anch'io.si dice : era un campo di sterminio perchè c'era il forno crematorio.solo che mi sorgono spontanee alcune domande :1) all'epoca quella zona era meno popolata di oggi, ma cmq certo non era disabitata.esistevano già la ferriera ( è del 1898 mi pare ) posta poco lontano, e funzionava anche in tempo di guerra.esisteva lo stadio grezar ( è del 1936 ). ed esisteva servola, abitata per la maggior parte da sloveni ( e tanti erano anche partigiani ).in più c'erano altre case di campagna a ridosso della risiera, sul monte s.pantaleone.ora : se i tedeschi volevano fare un campo di sterminio qui in zona, come mai lo fecero praticamente a ridosso del centro di Trieste, e non ( per es ) sul carso, lontano da occhi indiscreti ?come mai di qst camino del forno che fumava non esiste una foto che sia una ? certo : nessuno sarebbe stato tanto pazzo da andare a fotografare là davanti, con i tedeschi che guardavano.ma fotografare di nascosto, magari dalle colline circostanti... ripeto che gli abitanti della zona erano sloveni, e di solito erano tutto meno che fascisti.perchè non hanno cercato di comprovare in maniera inoppugnabile i crimini dei nazisti ?e come mai si è aspettato tanto per fare il processo per i crimini della risiera ( è del 1972 ). il processo di norimberga venne fatto subito. altri processi contro i criminali nazisti vennero fatti negli anni seguenti.qua, sede dell' " unico campo di steminio in Italia " ( che dal 1943 al 45 Trieste non era più in Italia, ma vabbè )niente ??? non ho elementi per contestare la verità ufficiale, per cui la prendo per buona fino a prova contraria. ma qualche dubbio mi resta."

Le rispondiamo andando per ordine.
Le persone “uscite per il camino” dalla Risiera sono state valutate, anche dagli atti processuali, tra le quattro/cinquemila, dunque assassinate, liquidate, sterminate lì.
Altro che “solamente campo di transito”. E non ci riferiamo a lei.
Eppoi “transito” per dove? Per la colonia montana di Pierabech?
La destinazione finale erano i campi di sterminio di Auschwitz, Dachau, Mauthausen ed altri. Dunque per quelli che “transitavano” la Risiera altro non era che il corridoio o braccio della morte.
In quanto al fumo grasso ed oleoso che usciva dal camino esso era giornalmente visto ed odorato (forte odore di carne bruciata) dagli abitanti e dai partigiani dalle colline limitrofe, non solo: essi vedevano da lontano il carretto spinto a mano da soldati tedeschi che quotidianamente dalla Risiera portava i sacchi di cenere, umana, fino al mare dove venivano scaricati. Uno di essi fu recuperato ed aperto dai locali che vi trovarono oltre alla cenere resti di ossa umane.
Insomma tutti sapevano, come risulta sempre dagli atti processuali, che in Risiera venivano uccise e bruciate le persone. A partire dal Vescovo Santin che fece un tentativo disperato e fallito di salvare la vita a Paolo Reti, dirigente cattolico del CLN triestino, portato ed assassinato in Risiera, ma fu tutto inutile. Il 6 aprile 1945 gli giunse il biglietto testamento di 12 martiri: “Siamo nella Risiera di San Sabba, avvertire il vescovo, le famiglie […] Forse domani” – scrisse Dante Stoini – “non saremo più”. Poche ore dopo Reti venne fucilato a San Sabba assieme ad altri 11 carcerati.
I concentrati (antifascisti, sloveni, croati, ebrei) venivano eliminati con impiccagioni, fucilazioni, colpi di mazza ferrata alla testa e gasati su camion appositamente predisposti dall’esperto Odilo Lotario Globocnik Comandante delle SS a Trieste e prima responsabile di un EinsatzGruppe sul Fronte Orientale (noto con l’ameno sopranome di “Boia di Lublino”) e costruttore dei campi di Bełżec, Sobibor, nonché primo comandante del Campo di Sterminio di Treblinka, responsabile dell'uccisione di più di 1.500.000 di ebrei polacchi, slovacchi, cechi, olandesi, francesi, russi e tedeschi. Poi dopo l’otto settembre 1943 mandato a Trieste sua città natale a “bene operare”.
Perché alla Risiera? Perché oramai persa la guerra i tedeschi utilizzarono la struttura abbandonata e periferica della vecchia pilatura di riso senza impegnare le energie rimaste a costruire un nuovo Campo, particolarmente sul Carso dove era tradizionalmente forte la presenza partigiana.
Ed in quanto alle “prove” raccolte esse sono sterminate: dalle testimonianze dei sopravvissuti, alle lettere e biglietti fatti uscire di nascosto, alle iscrizioni sui muri delle celle (fotografate, ricopiate e raccolte, vedi foto, principalmente da Diego De Enriquez prima che qualcuno misteriosamente cercasse di cancellarle con getti di calce sotto il Governo Militare Alleato).
Ovviamente i tedeschi al momento della fuga tentarono di distruggere (forno crematorio e camino furono fatti saltare con il tritolo, vedi foto, ma ne rimangono tuttora ben visibile l’impronta sui muri) ogni prova dell’esistenza del Campo.
Perché il processo appena nei primi anni Settanta?
Perché per funzionare la Risiera, così come le SS e la Gestapo, avevano bisogno dell’indispensabile collaborazione dei fascisti locali e delle forze di polizia italiane, che non mancò anzi: Trieste come risulta dagli archivi trovati nel Comando Generale delle SS a Berlino ed oggi conservati negli archivi federali Statunitensi, fu la città, tra tutte le occupate dai tedeschi in Europa, quella con il maggior tasso di collaborazionismo spontaneo nei confronti dei nazisti (vedere lettera di Globocnik ad Eichmann).
Pertanto gli “ambienti che contano” fecero di tutto per non far nascere l’inchiesta condotta dal Giudice Serbo e per ritardare il processo. Rimasto incompiuto perché appunto tutta la parte riguardante il collaborazionismo locale fu di fatto stralciata e rinviata ad altro processo che non si tenne mai.
Comunque consigliamo a lei ed ovviamente a tutti la lettura degli Atti del Processo e del Libro che ne sintetizza i principali passaggi. Libro che, come l’istruttoria ed il processo, si avvalgono dell’indispensabile collaborazione di ricerca storica di Galliano Fogar.
Nella foto. Una delle mazze usate per finire i prigionieri conservata in copia al Museo della Risiera.

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«Foibe, memoria dimezzata».

» Inviato da valmaura il 16 April, 2019 alle 2:51 pm

Si avvicina la data del 25 aprile, giornata della celebrazione della Liberazione alla Risiera di San Sabba, spesso equiparata alla Foiba di Basovizza.

Pubblichiamo una intervista a Galliano Fogar a cura di Matteo Moder pubblicata sul "Manifesto" il 10 febbraio 2006.

Lo storico Galliano Fogar: «Ciampi dimentica la violenza fascista. L'esodo e le foibe furono due tragedie, ma non sono paragonabili alla Risiera di San Sabba»

Su questo abbiamo posto alcune domande a Galliano Fogar, storico dell'Istituto per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia.

Che pensa del discorso di Ciampi?

Il messaggio di Ciampi per la giornata del Ricordo dell'esodo istriano, fiumano e dalmata, senza alcun cenno al fascismo e alle sue colpe per quanto è poi avvenuto nella Venezia Giulia, può anche indirettamente suffragare l'idea, tutta post-fascista, che su questi confini si sono fronteggiati due totalitarismi, quello nazista e quello comunista jugoslavo di stampo stalinista. Non è stato così. E il fascismo dov'è? Io rispetto ciò che dice Ciampi per il fatto che gli italiani dell'Istria, di Fiume e di Zara dovettero abbandonare le terre perse, ma anche lui dimentica di ricordare che tutto ciò, anche se è certamente da condannare sul piano umano e morale, ebbe il suo terreno di coltura nella violenza fascista e nell'invasione e disgregazione della Jugoslavia da parte italiana e tedesca. Senza questo non si può discutere, non esiste una storia a metà.

Fini alla cerimonia con Ciampi ha dichiarato: "Basta buchi neri, basta omissioni, basta pagine strappate..."

Altro che buchi neri. Nelle terre di confine, in quella che fu la Venezia Giulia il ventennio fascista imperversò, ancor prima dell'invasione della Jugoslavia, con una violenta opera di snazionalizzazione verso tutto ciò che non era «italiano» e perciò «fascista». Io non mi rassegno al fatto che la storia venga «dimezzata», che l'ignoranza e la disinformazione su quanto realmente è avvenuto qui, in quella che fu la Venezia Giulia, la faccia da padrone e che perfino gli eredi dell'ex Pci si appiattiscano sulle tesi antistoriche di An, che fa nascere la storia dal 1945, dall'occupazione di Trieste da parte delle truppe di Tito.

Invece di una memoria condivisa siamo ad una storia dimezzata?

Sì, c'è la volontà di una storia dimezzata. Era quello che avrei voluto dire il 6 febbraio di due anni fa a Fassino e Violante quando vennero a Trieste per aderire alla proposta di Roberto Menia (An) di istituire il 10 febbraio la giornata del ricordo dell'esodo e per attribuire al Pci di allora colpe ed errori di valutazione. Come può Fassino dire che il Pci sbaglio "perché l'aggressione fascista alla Jugoslavia non poteva giustificare in nessun modo la perdita di territori né l'esodo degli Italiani"? Ma è stata quella la causa scatenante, l'Italia fascista è stata responsabile e corresponsabile con la Germania di Hitler delle devastazioni e delle stragi che hanno insanguinato l'Europa. A partire da queste terre con stragi perpetrate dai militari italiani, rappresaglie delle camice nere contro le popolazioni in Slovenia, i campi di concentramento come quello famigerato di Arbe: decine e decine di migliaia furono le vittime civili, non solo i partigiani. Che dovrebbero dire ebrei, polacchi, russi, i milioni che sono stati sterminati?

C'è il tentativo di omologare la Resistenza alla tragica stagione delle Fobie?

Dal processo della Risiera del 1976 non si contano più i tentativi di equiparare la Resistenza alle Foibe, il comunismo jugoslavo al nazifascismo. Poi si è passati al revisionismo storico, al voler equiparare carnefici e vittime, a chiedere la pacificazione nazionale servendosi dell'ignoranza della storia per cercare di cancellare i valori della resistenza antifascista. Con una martellante campagna di stampa sulla «vergogna della tragedia dimenticata» e sui processi da fare per le foibe, dimenticando che già sotto il Governo militare alleato erano stati celebrati a Trieste processi contro 72 infoibatori o presunti tali con condanne fino all'ergastolo. E' deplorevole che parte della grande stampa , la Rai, i politici democratici conoscano assai poco le vicende internazionali - e non locali - di una regione, la Venezia Giulia, che con la guerra fu coinvolta in pieno nel conflitto dell'area danubiana-balcanica. Non è un caso che il 10 febbraio preso dalla destra come simbolo della tragedia (ma foibe ed esodo sono due cose distinte) è la data della sigla del Trattato di Pace di Parigi. Ma questi signori non spiegano che l'Italia era sul banco degli imputati e che la gran parte dell'Istria e Fiume furono perdute non certo per colpa dei partigiani ma per le precise colpe del fascismo e della sua violenta opera snazionalizzatrice prima e per l'invasione della Jugoslavia poi.




Trieste. Tre Piazze buttate.

» Inviato da valmaura il 13 April, 2019 alle 2:51 pm

Piazza Sant'Antonio, Piazza Goldoni e Piazza Vittorio Veneto.

Sono tre tra le piazze più centrali di Trieste, le ultime due “risistemate”, scusate la bestemmia, in anni recenti e della prima ora si discute cosa fare.

Le piazze di una città hanno fin dalla notte dei tempi svolto il ruolo di spazio comune, dedicato all'incontro dei e tra i cittadini, e magari pure punto di abbellimento estetico ed architettonico.

Possiamo dunque, senza tema di smentita, dire che le rifatte Piazza Goldoni e Piazza Vittorio Veneto hanno fallito completamente lo scopo. Ed ora toccherebbe appunto a Piazza Sant'Antonio.

Con l'andazzo in corso nel centro storico c'è il fondato rischio che anche questi tre luoghi d'incontro, queste “Agorà” cittadine siano trasformate in un perenne deposito all'aperto di tavolini e sedie di bar, pizzerie, bisteccherie ed affini, come accaduto tra piazza della Borsa e piazza Cavana, passando tra Capo di Piazza, Galleria Tergesteo e Piazza Verdi, dove ai “cittadini” è permesso tuttalpiù uno strozzato e veloce passaggio.

Appare chiaro che sia Piazza Goldoni che Piazza Vittorio Veneto vanno risistemate ad uso e consumo delle persone che ci abitano e le frequentano e così va rimessa a nuovo anche Piazza Sant'Antonio. Ma è altrettanto chiaro che questi lavori vanno ripensati ed inseriti in una dimensione cittadina, ovvero di cosa si vuol fare complessivamente delle aree comuni e verdi, oltre ad abbattere alberi a iosa, presenti nel centro di Trieste. Il tutto anche nella logica di dove collocare i periodici mercati e mercatini o le estemporanee iniziative tipo il pattinaggio sul ghiaccio od anche concerti ed eventi musicali e teatrali, che per troppo tempo trasformano Piazza Unità e le Rive in un Suk di Tangeri semipermanente.

Il tutto magari coordinato con l'idea concreta di cosa si vuol fare in quella piazza d'armi che è il Porto Vecchio. Oggi trasformato in un Grand Hotel progettuale dove infilare e sfilare a giorni alterni le realtà più disparate.

Ma siccome siamo a Trieste temiamo seriamente che nulla di quanto da noi scritto verrà mai preso in considerazione, come sempre del resto.




Niente Prigionieri!

» Inviato da valmaura il 7 April, 2019 alle 4:06 pm

Fu Riccardo Illy prima da Sindaco (1993-2001) e poi da Presidente della Regione (2003-2008) ad inaugurare la politica del “niente prigionieri”, ovvero del portare alle estreme conseguenze l'assioma del “chi vince piglia tutto” e del conseguente imbarbarimento dei rapporti tra società civile e maggioranza politica. Maggioranza, è bene ricordarlo, che allora vedeva la sinistra ed in particolare gli antesignani dell'attuale PD come architrave principale di Illy. Tale logica sconvolse, tra le altre cose, completamente il sistema delle erogazioni pubbliche a favore del mondo del volontariato culturale, sociale e finanche sportivo.
Da allora tutti coloro che si sono succeduti alla guida degli enti pubblici (in particolare Comune, Provincia, fin che esisteva, e soprattutto Regione, ma anche di realtà semiprivate come la Fondazione CRT), ne hanno fatto il loro modus operandi.
La filosofia che lo ispirava e lo ispira, nonostante che si amministrassero beni o denari pubblici dunque di tutti, è brutalmente semplice: niente o quasi a chi non la pensa come i vincitori politici, anche in barba a leggi e norme esistenti. I recenti casi di piazza Unità negata, e rivendicata nelle motivazioni, al Gay Pride e della mozione sul “negazionismo-riduzionismo” storico ne sono solo le ultime e più recenti conferme.
Ergo nessuna forza politica, Grillini compresi, ha oggi le carte in regole per protestare contro sistemi usati da tutti.
Da un po' di tempo poi molti parlano di storia, in particolare i politici, avendone una conoscenza che non va, quasi sempre, oltre il Sussidiario delle Elementari.
L'apice si coglie attorno alla ricorrenza del Giorno del Ricordo di febbraio. Abbiamo su questo scritto e riscritto e dunque non intendiamo ripeterci: a chi interessa scenda su queste nostre pagine fino appunto a febbraio, cronologicamente parlando.
Oggi ci si permetta solo rimarcare una osservazione, che può sembrare banale ma che invece non lo è.
Nel 400 avanti Cristo, dunque non proprio ieri, lo storico, e politico e condottiero Ateniese, dunque il greco Tucidide affermava “Conoscere il passato per comprendere il presente.”
Principio rilanciato poi 2300 anni dopo dalla Nouvelle Histoire che soprattutto con Marc Bloch, Lucien Febvre e Jacques Le Goff a partire dalla Francia rivoluzionò il mondo della ricerca storica.
Storiografia che è cosa ben diversa dalla personale, o di parte, memorialistica: che appunto perchè soggettiva non si può pretendere che venga condivisa universalmente, casomai accolta ed esaminata come utile o non credibile testimonianza.
Eventi tanto complessi e contraddittori vanno raccontati con l’onestà e la sensibilità di chi sa ascoltare e capire (che non vuole dire giustificare e assolvere) le ragioni, gli errori, le ambigue illusioni di tutte le parti in causa.
Per tornare alla Giornata del Ricordo ci limitiamo solo ad osservare che parlarne senza inserire i fatti oggetto del “ricordo” nel contesto storico che li determinarono, nella “cornice” in cui si svolsero, allora forse si da prova di maggiore civiltà standosene zitti, cosa quanto mai opportuna per i politici. Ma anche per alcuni storici attualmente in voga che dovrebbero posporre il loro narcisismo alla verità storica, o meglio alle verità mai “nascoste” della ricerca storica dei fondatori dell'Istituto della Resistenza, che già dal finire degli anni Quaranta in poi avevano pubblicato saggi ed articoli sulla questione delle Foibe e dell'Esodo. Materiale che poi fu alla base delle pubblicazioni dei novelli Cristoforo Colombo, che invece di “scoprire” hanno così coperto una delle più gigantesche bufale della politica (quella dei “silenzi e delle verità nascoste”).
Oggi abbiamo letto sul piccolo giornale, che evidentemente non ha strumenti e memoria per puntualizzare, una affermazione dell'attuale presidente dell'Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell'Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia, Mauro Gialuz, che ricordava come “nel 1953 l'Istituto fosse stato fondato dal CLN italiano di Trieste”.
Niente di più impreciso, e forse Gialuz ed altri sodali del Direttivo dovrebbero tornare ad occuparsi a tempo pieno di politica e probabilmente il PD ne trarrebbe giovamento.
Si informi meglio: che a fondare la Deputazione regionale dell'allora Istituto per la storia del Movimento di Liberazione nel FVG, furono Ercole Miani, Galliano Fogar, Carlo Schiffrer ed Alberto Berti, certo con altri ex “resistenti” come Antonio Fonda Savio, Bruno Ive, Isidoro Marass, Giulio Cervani, quasi tutti, anzi per i nomi citati tutti, espressione di Giustizia e Libertà e del Partito D'Azione o di estrazione mazziniana e socialista.

Nella foto GALLIANO FOGAR (visibile sulla Pagina Facebook Circolo Miani)
“Padre della Libertà”
Galliano Fogar (Trieste, 1921 – Trieste, 19 dicembre 2011) è stato uno storico e partigiano italiano.
Partigiano in Friuli e nella zona di Trieste e nell'immediato dopoguerra redattore del giornale del CLN di Trieste La Voce libera, ricoprì la carica di segretario dell'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Istituto da lui fondato con Ercole Miani, Alberto Berti, Antonio Fonda Savio, Carlo Schiffrer, e fu il responsabile della rivista dell'Istituto "Qualestoria", ove pubblicò: Le questioni nazionali fra guerra e Resistenza: Venezia Giulia 1943-1945, in "Qualestoria", n. 1, pp.50–67, Trieste 1985 e Foibe e deportazioni. Nodi sciolti e da sciogliere, in "Qualestoria", n. 3, pp. 67–85
Ha scritto libri che si occupavano della Resistenza in Friuli-Venezia Giulia approfondendo gli aspetti che legavano all'antifascismo gli operai dei cantieri di Monfalcone durante il regime fascista e il collaborazionismo coi nazifascisti nella zona; inoltre si occupò di ricerca nel settore dell'occupazione nazista nella zona orientale italiana e delle vicende legate alle brigate Osoppo-Friuli. Importanti sono i contributi di studio e ricerca sulle zone libere in Friuli. Successivamente di occupò del nazionalismo e del neofascismo a Trieste e dei suoi sviluppi nell'arco di tempo che va dal periodo bellico a quello successivo.
Sotto alcuni suoi libri e pubblicazioni.
“San Sabba istruttoria e processo per il Lager della Risiera”
con Adolfo Scalpelli, Enzo Collotti, Giorgio Marinucci, Gianfranco Maris, Vojmir Tavčar, Ibio Paolucci.
“Sotto l'occupazione nazista nelle provincie orientali”, Del Bianco editore.
“Dall'irredentismo alla Resistenza nelle province adriatiche: Gabriele Foschiatti”, Del Bianco editore.
“L'antifascismo operaio monfalconese tra le due guerre” Vangelista Trieste 1989
“Trieste in guerra 1940-1945: società e Resistenza”, pubblicato da Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, 1999.




Perchè non ci stupiamo più?

» Inviato da valmaura il 5 April, 2019 alle 12:49 pm

Da tempo abbiamo smesso di stupirci sulle infelici trovate della politica: quella nuova quanto quella “usata” di centrodestra e sinistra. Però spereremmo sempre di essere smentiti, non perchè amiamo particolarmente questa politica, ma per il bene della nostra città e Regione.

Talvolta non abbiamo neppure finito di pensare che “lorsignori” abbiano toccato il fondo che subito questi si armano di vanghe e picconi e si mettono a scavare.

Siamo francamente interdetti ad esempio di un bilancio comunale che premia commercianti ed esercenti, categorie notoriamente potenti elettoralmente, e bastona la grande maggioranza dei cittadini con l'aumento della tassa sui rifiuti, oppure taglia di quasi due milioni le spese sociali a beneficio di queste ed altre iniziative non propriamente necessarie.

A Trieste, e non ci stancheremo mai di ricordarlo, ci sono alcune emergenze che dovrebbero catalizzare attenzione e sforzi di qualunque classe dirigente degna di questo nome, seria e consapevole, dunque non quella di Trieste e Friuli Venezia Giulia.

Ne parliamo, ne scriviamo da anni e anni ma questi sembrano essere ciechi, sordi e muti.

Così al volo ne citiamo tre, di emergenze oramai perenni: la sanità triestina, ospedaliera e territoriale con liste d'attesa infinite, la povertà di tante famiglie, bambini compresi, da far impallidire i “convegni scaligeri” e le pensioni da fame, il degrado infinito dei quartieri.

Quest'ultimo tema riguarda sempre più anche l'incapacità e l'assenza di un disegno organico per il centro storico più simile ad un Suk di Tangeri o ad una sagra gigante (Galleria Tergesteo e dintorni ne sono l'emblema). E quello che sta accedendo con il riuso delle aree di Porto Vecchio ci spaventa non poco.

Non parliamo poi di quando i politici vogliono sostituirsi agli storici, almeno a quelli credibili, che allora assistiamo ad un festival di castronerie da far impallidire Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

Ora non dubitiamo che tra tutti quelli che hanno scelto di “impegnarsi” in politica e di occuparsi del nostro bene pubblico non ce ne siano alcuni di onesti e volonterosi ma forse sarebbe ora che si facessero sentire e riconoscere.

Insomma se ci sono che battano un colpo.

Chiudiamo con l'aggiornamento della Pagina Facebook del Circolo Miani.

Non male nevvero?

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