"L'Eco della serva"

 

Fatti e misfatti della settimana

 

 

 

 

 

Il Catone, detto il Censore, Triestino.


Oggi sul Piccolo ennesimo pistolotto moraleggiante di Paolo Rumiz sulle dichiarazioni della Serracchiani. Ecco ci mancava solo lui e adesso siamo al completo.

Questo epigono in sedicesimi del fustigatore dei costumi nell’antica Roma, se la prende con le dichiarazioni della Presidente della Regione sul recente episodio di violenza accaduto a Trieste, e sulle polemiche conseguenti. Ma leggiamo testualmente dalla filippica rumiziana.

Leggendo internet ho trovato solo messaggi di critica nei confronti della presidente della Regione”.

Ecco non sappiamo quale “internet” legga abitualmente il Rumiz da tanto turbarlo. Ma se degnasse anche solo di uno sguardo il sito del Circolo Miani con oltre 78.000 utenti registrati o la pagina Facebook sempre del Circolo Miani (26.000 contatti nell’ultima settimana) scoprirebbe che non tutto “internet” è così.

Capiamo che per uno che è nato e vissuto al Piccolo la sola parola Circolo Miani, e/o Maurizio Fogar, è come bestemmiare in chiesa. Ma allora si astenga dallo scrivere solenni non veritiere sciocchezze.

Conclude il “tema”, non Enrico Maria Papes dei Giganti, ma Paolo Rumiz citando, si sa l’esposizione di cultura è sempre autoreferenzialmente appagante, Brecht.

La prima guerra da combattere è contro il silenzio. Brecht scrisse parecchio tempo fa: “Non si dica mai che i tempi sono bui perché abbiamo taciuto”.

Evidentemente lo deve aver letto solo di recente o essersene scordato fino a ieri. Perché Paolo Rumiz ha taciuto per venti anni sulla tragedia della Ferriera.

Non ha speso parola contro la quasi ventennale sistematica censura del Piccolo contro il Circolo Miani e le sue iniziative. E non ha mai visitato le “trincee” di Valmaura, Monte San Pantaleone, e così via, dove da quasi due decenni si combatte una logorante guerra a tutela della salute e della vita.

Però ricordiamo perfettamente il veemente finale di analogo fervore in cui si chiedeva, retoricamente alla Gigi Marzullo, “dove è finita la capacità di indignarsi (per le lapidi del cimitero di Cattinara inclinate dalle vibrazioni della Superstrada) dei Triestini?”.

Resistendo e violentando il nostro basso istinto di rispondergli di primo acchito “a puttane”, gli ricordammo allora semplicemente che la capacità di indignarsi dei triestini era finita sottoterra, tanto per restare in tema, sepolta dal monopolio “informativo” quarantennale del giornale per cui lavora.

Un esempio fresco fresco di giornata?

Il coccodrillo del Piccolo sulla scomparsa di Oliviero Beha.

Neanche un accenno che fu ospite due volte a Trieste del Circolo Miani, e ci mancherebbe.

Niente sulla trasmissione Radio a Colori della Rai da lui condotta e dove mandò in onda una registrazione sulle analisi dell’inquinamento industriale a Monte San Pantaleone che il tecnico dell’Arpa comunicava solo “ufficiosamente” ed a voce.

Quando Beha venne a Trieste nell’inverno 200/2001 il Miani organizzò una manifestazione alla sala convegni del Savoia, strapiena con la gente che non riusciva ad entrare.

Il Piccolo non diede annuncio né resoconto alcuno. Mandò invece il fotografo a scattare le immagini del pubblico straripante. Foto che apparvero il giorno dopo sul giornale a corredo di una manifestazione semideserta del centrosinistra alla Stazione marittima con Illy. Per ottenere la rettifica si andò a legali.

Perché Paolo Rumiz e gli altri alfieri dell’etica, della deontologia e professionalità del giornalismo non si indignarono? Perché tacquero quando Galliano Fogar, Giovanni Miccoli, Margherita Hack, Paolo Budinich e Claudio Magris scrissero una lettera di protesta al direttore del Piccolo per la censura totale del dibattito sempre promosso a Trieste dal Circolo Miani con Gherardo Colombo e Corrado Stajano?

Forse Catone era distratto. Allora si e ci faccia un piacere: continui a distrarsi, che è meglio anche per i sempre meno lettori del Piccolo.

 


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