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Circolo Miani » News Correnti » Page 29

Il Piccolo? Meglio un caffè! “Basta parlar de ste monade, parlemo de bori”

» Inviato da valmaura il 30 September, 2018 alle 10:44 am

Non comperate il Piccolo e se proprio volete leggerlo risparmiate venti centesimi e bevetevi un buon caffè con un pessimo quotidiano annesso in un bar di vostro gradimento. Di Beppe Grillo si può condividere tutto, in parte o per niente di quello che dice ma certamente non si può non dargli ragione quando dieci anni fa sollevava per l’ennesima volta uno dei nodi centrali della malattia della democrazia in Italia: quello della quasi totale assenza di una informazione, scritta e radiotelevisiva, degna di questo nome. E se in Italia stiamo male a Trieste invece malissimo. Da quasi sempre in città e provincia, che qui è la stessa cosa, esiste un regime di sostanziale monopolio. Nella carta stampata esso è rappresentato dal quotidiano Il Piccolo con l’appendice del giornale della minoranza slovena il Primorski Dnevnik, per altro finanziato quasi totalmente dai contributi statali. Nella televisione la situazione pressoché dominante, tolta la lottizzazione RAI, appartiene a Telequattro. E fin qui niente di nuovo. Ma merita anche un discorso a se quell’ Ordine dei Giornalisti, per la cui soppressione ci battiamo da anni e che fino a poco tempo fa esisteva solo in qualche paese da dittatura sudamericana, ora pare solo in Italia. Una struttura voluta da Mussolini, Benito non Alessandra, per porre sotto un più rigido controllo censorio la stampa. Senza la tessera dell’Ordine non potevi scrivere, come senza la tessera di partito (PNF) non lavoravi. Come funziona l’Ordine del Friuli Venezia Giulia ve lo racconto in poche righe. Correva l’anno 1986, e ritenni di partecipare all’assemblea annuale dei giornalisti della Regione dove si dovrebbe affrontare anche il comportamento deontologico e professionale della nostra categoria. Ci andai perché ritenevo giusto chiedere all’Ordine un intervento su alcuni suoi iscritti in merito a quanto successo in occasione della presentazione, nel dicembre dell’anno prima, del notissimo libro “Delitto imperfetto” (che per chi non lo sa ricostruisce il clima politico che ha portato all’omicidio del Prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, padre di Nando, della moglie Setti Carraro e dell’autista, da parte della mafia) alla presenza dell’autore, il prof. Nando Dalla Chiesa, ospite a Trieste del Circolo Miani, e proprio presso la sala del Circolo della Stampa. Ebbene nel solito comunicato stampa che il Miani aveva diramato a tutti gli organi d’informazione per annunciare l’incontro c’era in finale così scritto: “interverrà l’autore, Nando Dalla Chiesa, docente di sociologia all’Università Bocconi di Milano, figlio del Prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri, assassinato dalla mafia”. Ora sul quotidiano di Udine, Messaggero Veneto, diretto da Vittorino Meloni, la notizia era stata così riportata: “interverrà l’autore, Nando Dalla Chiesa, docente di sociologia all’Università Bocconi di Milano, figlio del Prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri, morto ammazzato”. E punto. Vi siete accorti cosa c’era di diverso? Vi voglio aiutare: “l’assassinato dalla mafia” si era trasformato in “morto ammazzato”. Insomma sul quotidiano di Udine la parola mafia nel 1986 era disdicevole da scrivere ed il generale, assieme alla moglie, era stato vittima di un incidente, che ne so di un camionista impazzito che dopo averlo travolto nel centro di Palermo aveva fatto pure retromarcia per distruggere la vettura che lo seguiva ed accoppare l’autista. Allora senza voler per questo sostenere che il Messaggero Veneto fosse come i giornali siciliani che in quei tempi rifiutavano perfino i necrologi a pagamento delle vittime della mafia dove ne comparisse il nome (vedere il caso della vedova del giornalista Mauro De Mauro), ritenevo utile chiedere all’Ordine che appunto deve vigilare sulla correttezza professionale dei suoi iscritti, un intervento in merito. Nulla da fare, davanti ad una sparuta assemblea di quasi tutti pensionati in là con gli anni, interrotto subito dall’anziano presidente di allora, e dopo aver ascoltato solo di come l’associazione investiva lucrativamente le quote sociali negli allora mitici BOT, venivo apostrofato da un “collega” dalla sala, un quasi giovane di stazza più larga che alta dirigente dell’Ufficio Stampa della Regione, con questo grido belluino “basta parlar de ste monade, parlemo de bori”. Quanto accade poi in questi ultimi trenta anni nel mondo dell’informazione triestina non deve stupire poi più di tanto, cambiano le proprietà, i direttori, le linee politiche ma resta assolutamente invariata la difesa dei poteri forti localmente, del sistema dei partiti, le marchette giornalistiche a questo o quell’altro imprenditore, le interviste prone a novanta gradi ai potenti. Senza mai un sussulto di dignità professionale da parte della pletora di professionisti strapagati ma con giornali per due terzi confezionati sfruttando il lavoro (?) dei cosiddetti collaboratori esterni. Una cartina da tornasole utile per capirlo è la vicenda Ferriera. Una storia di tre inquinamenti, quello ambientale, quello politico e quello dell’informazione. Provate a rileggerla in quest’ottica e tutto vi sarà più chiaro. Dunque non comperate Il Piccolo e buon caffè a tutti.


Jack Lemmon. “Giornalista”? Meglio pianista in un bordello!

» Inviato da valmaura il 29 September, 2018 alle 9:49 am

Sbagliate, e di grosso. Siccome da giornalista, iscritto all’ordine dal gennaio 1987 (da 31 anni, sic!), fui tra i non molti della nostra categoria a battermi e votare al Referendum promosso nel 1997 dai Radicali per “L’abolizione dell’Ordine dei giornalisti” istituito da Mussolini per controllare e censurare l’informazione e che solo due altri paesi al mondo ancora avevano: l’Argentina della dittatura militare e la Grecia dal tempo del Golpe fascista dei “colonnelli”. Ora non più, esiste solo in Italia. E sempre siccome il Referendum in questione pur ottenendo una schiacciante maggioranza di voti favorevoli all’abrogazione (il 65,5% di Si, contro il 34,5% di No) non fu validato perché non superò il 50% dei votanti fermandosi a 15 milioni di elettori. E ancora siccome ho tentato inutilmente per anni di sollecitare l’Ordine regionale ad intervenire nella sua funzione precipua, ovvero a garanzia della correttezza deontologica e professionale degli iscritti giornalisti. Siccome tutto questo, ho ritenuto di pubblicare e condividere con Voi l’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 27 settembre. Ben sapendo anche che alla gran parte degli italiani, i nostri lettori triestini e regionali compresi, poco o nulla interessa l’argomento. Sbagliano e di grosso, perché truccando l’informazione scritta e televisiva si falsa la democrazia, si truffa il consenso elettorale, e si comprime il diritto di tutti. Ma temo che ripeterlo anche qui servirà a poco. PS. Walter Matthau a Jack Lemmon nel film Prima Pagina: “Hai detto a tua madre che fai il giornalista? Scherzi? Le ho raccontato che facevo il pianista in un bordello, altrimenti mi cacciava di casa”. Vi invito a leggere l’articolo qui sotto. Maurizio Fogar “Disordine dei giornalisti”, di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano del 27 09 2018 Oltre 10 anni fa, quando non c’erano né il Fatto né 5Stelle e Casalino lavorava a Telenorba, mi chiama Gianroberto Casaleggio, animatore con Beppe Grillo del famoso blog: “Dopo Bologna, stiamo organizzando il secondo V-Day a Torino, per lanciare tre referendum: contro l’Ordine dei giornalisti, i finanziamenti pubblici ai giornali e la legge Gasparri. Verresti a parlare? E come la pensi?”. Risposi che condividevo da tempo tutt’e tre le battaglie: avevo appena sfidato Renato Soru, editore dell’Unità con cui collaboravo, a mantenere l’impegno di rinunciare ai fondi pubblici; la Gasparri (legge su stampa e soprattutto TiVù. Ndr) era un mio chiodo fisso; e dell’Ordine dei giornalisti mi ero fatto un’idea precisa leggendo Luigi Einaudi (che lo riteneva un residuato corporativo del fascismo), ma soprattutto sperimentandolo sulla mia pelle. Nel 2001 l’insigne sinedrio mi aveva “processato” per aver osato presentare “L’odore dei soldi” al Satyricon di Luttazzi e parlar male di B. e Dell’Utri in campagna elettorale (feci notare che, se un candidato premier ha rapporti con la mafia, è meglio dirlo prima delle elezioni che dopo, e fui assolto). Dal palco del V-Day dissi alla gente in piazza – incazzata nera contro la nostra categoria – che l’Ordine va abolito e i soldi pubblici pure. Ma i giornalisti no, anzi vanno difesi e sostenuti, soprattutto quelli che rompono le palle al potere. Applausi misti a brusio. Aggiunsi che l’informazione dev’essere professionale e retribuita, perchè quella gratuita e autoprodotta online dai “cittadini comuni” è una pia illusione. Brusio misto ad applausi. Nessuno avrebbe immaginato che di lì a poco sarebbe nato il Movimento 5 Stelle, che di lì a 5 anni sarebbe entrato in Parlamento, di lì a 10 anni sarebbe andato al governo e avrebbe aperto il fuoco sui giornalisti. Ora, non siamo intoccabili, ma i politici non devono parlare dei giornalisti (semmai, viceversa): possono rettificare le inesattezze e le falsità, replicando sui fatti ed eventualmente querelando, mai negando il diritto di criticare né tanto peggio minacciando ritorsioni. Il guaio è che ogni difesa della casta pennuta cade nell’indifferenza generale o addirittura rafforza chi l’attacca, perché i giornalisti sono una delle categorie più screditate e indifendibili su piazza. E non a torto. Se, al crollo del ponte Morandi, nessun grande giornale osa nominare i Benetton che l’hanno in concessione, per interessi pubblicitari e conflitti d’interessi padronali, la gente se ne accorge. Se gli ispettori del ministero sentenziano che il ponte è crollato per le inadempienze di Autostrade Spa e nessun giornalone ci fa un titolo in prima pagina, la gente lo nota. Anche perché avrebbe diritto di sapere che gli investimenti in sicurezza furono per il 98% durante la gestione pubblica e solo per il 2% nell’èra Benetton. Tantopiù che la notizia del giorno viene rimpiazzata dalla bufala del M5S che fa il decreto Genova coi buchi al posto delle cifre (spetta alla Ragioneria dello Stato e al Mef riempire gli spazi con le coperture, peraltro di poche decine di milioni, cosa che non è stata fatta per ben 7 giorni, da mercoledì 19 a ieri, 27). Se poi l’editore (ed ex presidente degli editori) Mario Ciancio, l’uomo più potente della Sicilia, è indagato per mafia e si vede sequestrare 150 milioni (anche nascosti all’estero) più due giornali, e la libera stampa non scrive una riga su nessuna prima pagina, la gente ci fa caso. E se poi qualcuno legge la notizia – questa sì, ben coperta – che l’Ordine dei giornalisti indaga su Rocco Casalino, reo di aver telefonato a due cronisti per dare loro informalmente una notizia vera, e cioè che i 5Stelle vogliono cacciare alcuni tecnici del Mef (quelli che in una settimana non trovano le coperture al decreto Genova e tante altre belle cose), e di essersi ritrovato le sue parole su vari giornali e il file audio su vari siti, magari gli scappa da ridere. Ma come: anziché sui cronisti che non tutelano la riservatezza di una fonte, si indaga sul portavoce che porta la voce? E quando Filippo Sensi, portavoce di Renzi, incitò i cronisti amici a “menare Di Battista”, ma sbagliò chat e la cosa si riseppe, come mai nessuno strillò allo squadrismo o alla mafia e nessun Ordine, neppure quello degli squadristi, aprì un’inchiesta? E le indagini su chi tace su Benetton e Ciancio quando partono? L’unica spiegazione è che l’Ordine muoia dalla voglia di farsi abolire e faccia di tutto per dimostrare la propria faziosità, cioè inutilità. O, in alternativa, che stia provocando i 5Stelle, da sempre contrari all’Ordine, per trasformare un loro legittimo punto programmatico in una vendetta pro Casalino. Infatti, appena il M5S ha ribadito l’intenzione di abolire l’Ordine, è subito insorta la Federazione della stampa (quella che riuscì a non fare un minuto di sciopero quando la Rai di B. cacciò Biagi, Luttazzi e Santoro e quando la Rai di Renzi cacciò Gabanelli, Giannini e Giletti), vaneggiando di “ritorsioni e liste di proscrizione per cancellare la libertà di stampa”, fra gli applausi di FI e Pd, cioè dei più feroci epuratori del ventennio. E Pigi Battista, sul Corriere, s’è scagliato contro la “rappresaglia” dei “5Stelle che chiedono all’improvviso la soppressione dell’Ordine dei giornalisti” a scopo “strumentale e vendicativo”. All’improvviso? Veramente lo chiedono da prima di nascere, cioè dal 2008. E il 7 agosto, 43 giorni prima del caso Casalino, il sottosegretario all’Editoria Vito Crimi ricordava alla Camera che procederà all’abolizione, “come il M5S chiede da cinque anni, ma prima ho voluto incontrare i vertici dell’Ordine”. Chi spaccia un’intenzione precedente per una vendetta su un fatto successivo ricorda il lupo di Esopo che, a monte del torrente, accusava l’agnello a valle di intorbidargli l’acqua. Ma almeno il lupo faceva il lupo, non il giornalista. Nelle foto: Lilli Gruber, Enrico Mentana e Fabio Fazio con Maurizio Fogar https://www.facebook.com/circolo.miani/photos/pcb.2300354540235501/2300353726902249/?type=3&theater https://www.facebook.com/circolo.miani/photos/pcb.2300354540235501/2300354230235532/?type=3&theater https://www.facebook.com/circolo.miani/photos/pcb.2300354540235501/2300354306902191/?type=3&theater


FERRIERA. Tra il dire ed il fare.

» Inviato da valmaura il 27 September, 2018 alle 2:19 pm

Dal 1998, ovvero da quando Servola Respira e Circolo Miani hanno prepotentemente portato all’attenzione dell’opinione pubblica cittadina e regionale la questione Ferriera, e dal 2001, da quando le forze politiche, nel tentativo di intercettare il grande movimento d’opinione e di lotta in atto da tre anni a Trieste, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Comune lo hanno cavalcato per raccattare voti (in particolare il Centrodestra e Dipiazza) pur senza minimamente conoscere il problema, che sulla chiusura della Ferriera si sono sprecati fiumi di parole, promesse e dichiarazioni. Nel 2001, 2006 e fino alle ultime comunali 2016 e regionali 2018 sulla questione Ferriera si è giocato l’esito delle elezioni. Il Centrodestra: da Dipiazza a Tondo e Fedriga è stato una fiumana di NO, ovvero del chiudere subito la fabbrica, cosa per altro che chiedeva e voleva pure la stessa vecchia proprietà Lucchini prima che i Tribunali chiudessero lei per fallimento. Il Centrosinistra: partito dalle sciagurate dichiarazioni a favore della Lucchini del sindaco Illy, con gli anni tra una bastonata elettorale e l’altra si era posizionato sul NI fino a convertirsi al NO nel 2012. I Cinque Stelle fin dall’inizio sono andati a ruota del Centrodestra, con dichiarazioni ed atti in fotocopia. In questo contesto stampa e televisioni che disgraziatamente abbiamo in trista sorte di avere a Trieste ed in Regione hanno fiancheggiato pedissequamente le posizioni dei partiti di riferimento almeno a partire dall’anno 2001. Ovviamente tutto questo avveniva senza che i ciarlieri protagonisti e descrittori avessero la minima idea e conoscenza dei veri problemi, delle cause e dei danni che questi provocavano a cittadini e lavoratori, e del ciclo produttivo della Ferriera. Così ogni uscita pubblica dei politici o di sigle di comitati loro satelliti sorti negli ultimi anni, assumeva il sapore non di una insipida minestra riscaldata ma di “novità” agli occhi dell’opinione pubblica, permettendo a questo sistema di prosperare e lucrare per quasi due decenni, senza minimamente risolvere i problemi. Era ovvio e necessario per proseguire la presa in giro e la strumentalizzazione far tacere Circolo Miani, Servola Respira e Maurizio Fogar: cancellare dalla memoria le centinaia di assemblee, manifestazioni e cortei da loro organizzati (dall’assedio del Consiglio regionale in piazza Oberdan all’occupazione del Municipio per citarne due) con la partecipazione di svariate migliaia di persone. Insomma azzerare la memoria dei fatti per ricondurre il tutto nell’alveo della politica e degli affari. Ed ogni mezzo era buono: dalla denigrazione calunniosa alla diffamazione, dalla censura di stampa e televisioni ad accuse fantasiose subito smontate dalla magistratura. In questo tutte concordi e trasversali le forze politiche con gli ascari di complemento. Dal PD ai Cinque Stelle, dal vecchio al nuovo Centrodestra. Ma ora sono alla frutta. La collaborazione ed il confronto in corso tra Circolo Miani e Servola Respira da un lato e la nuova proprietà e direzione della Ferriera dall’altro sta iniziando a dare i primi risultati che tutti possono notare. Le ragioni di questa scelta le abbiamo più volte motivate e scritte. In presenza di una totale inerzia di Istituzioni pubbliche (Comune e Regione) ed Enti di controllo (tutti) che per decenni hanno rifiutato anche solo di conoscere a fondo il problema Ferriera. A fronte di una prospettiva di proseguimento delle attività produttive della stessa (Area a Caldo compresa), almeno nel medio termine, come lo stesso duo Scoccimarro-Fedriga ha confermato, Dipiazza non fa testo, ed in attesa di una eventuale scelta di riconversione in attività logistico-portuali dell’area occupata dallo stabilimento da parte della proprietà. Ci è sembrato necessario, vista la disponibilità dimostrata dalla nuova proprietà, avviare un percorso che in tempi ragionevolmente brevi risolva e riduca le principali criticità degli impianti ancora in essere, che, al di là del rispetto dei limiti di legge, sono fonte di costante preoccupazione e fastidio per la nostra comunità. Perché alle chiacchiere abbiamo sempre preferito i fatti.


FATE SCHIFO! Di Marco Travaglio

» Inviato da valmaura il 26 September, 2018 alle 7:22 pm

Autostrade: come incassare pedaggi e risparmiare in sicurezza Noi non lo sapevamo, ma ogni volta che passavamo in auto sul ponte Morandi di Genova fungevamo da cavie di Autostrade per l’Italia, controllata da Atlantia della famiglia Benetton, che “utilizzava l’utenza, a sua insaputa, come strumento per il monitoraggio dell’opera”. Cavie peraltro inutili, inclusi i poveri 43 morti del 14 agosto: “pur a conoscenza di un accentuato degrado” delle strutture portanti, la concessionaria “non ha ritenuto di provvedere, come avrebbe dovuto, al loro immediato ripristino” né “adottato alcuna misura precauzionale a tutela” degli automobilisti. Lo scrive la Commissione ispettiva del ministero, nella relazione pubblicata dal ministro Danilo Toninelli. Autostrade-Atlantia-Benetton “non si è avvalsa… dei poteri limitativi e/o interdittivi regolatori del traffico sul viadotto” e non ha “eseguito gli interventi necessari per evitare il crollo”. Peggio: “minimizzò e celò” allo Stato “gli elementi conoscitivi” che avrebbero permesso all’organo di vigilanza di dare “compiutezza sostanziale ai suoi compiti”. Non aveva neppure “eseguito la valutazione di sicurezza del viadotto”: gli ispettori l’hanno chiesta e, “contrariamente a quanto affermato nella comunicazione del 23.6.2017 della Società alla struttura di vigilanza”, hanno scoperto che “tale documento non esiste”. Le misure preventive di Autostrade “erano inappropriate e insufficienti considerata la gravità del problema”, malgrado la concessionaria fosse “in grado di cogliere qualitativamente l’evoluzione temporale dei problemi di ammaloramento… Tale evoluzione, ormai da anni, restituiva un quadro preoccupante, e incognito quantitativamente, per la sicurezza strutturale rispetto al crollo”. Eppure si perseverò nella “irresponsabile minimizzazione dei necessari interventi, perfino di manutenzione ordinaria”. Così il ponte è crollato, non tanto per “la rottura di uno o più stralli”, quanto per “quella di uno dei restanti elementi strutturali (travi di bordo degli impalcati tampone) la cui sopravvivenza era condizionata dall’avanzato stato di corrosione negli elementi strutturali”. E la “mancanza di cura” nella posa dei sostegni dei carroponti potrebbe “aver diminuito la sezione resistente dell’armatura delle travi di bordo e aver contribuito al crollo”. Per 20 anni, i Benetton hanno incassato pedaggi e risparmiato in sicurezza: “Nonostante la vetustà dell’opera e l’accertato stato di degrado, i costi degli interventi strutturali negli ultimi 24 anni, sono trascurabili”. Occhio ai dati: “il 98% dell’importo (24.610.500 euro) è stato speso prima del 1999”, quando le Autostrade furono donate ai Benetton, e dopo “solo il 2%”. Quando c’era lo Stato, l’investimento medio annuo fu di “1,3 milioni di euro nel 1982-1999”; con i Benetton si passò a “23 mila euro circa”. Il resto della relazione, che documenta anche il dolce far nulla dei concessionari, ben consci della marcescenza e persino della rottura di molti tiranti, lo trovate alle pag. 2 e 3. Ora provate a confrontare queste parole devastanti con ciò che avete letto in questi 40 giorni sulla grande stampa. E cioè, nell’ordine, che: per giudicare l’inadempimento di Autostrade (i Benetton era meglio non nominarli neppure) bisogna attendere le sentenze definitive della magistratura (una decina d’anni, se va bene); revocare subito la concessione sarebbe “giustizialismo”, “populismo”, “moralismo”, “giustizia sommaria”, “punizione cieca”, “voglia di ghigliottina” e di “Piazzale Loreto”, “sciacallaggio”, “speculazione politica”, “ansia vendicativa”, “barbarie umana e giuridica”, “cultura anti-impresa” che dice “no a tutto”, “pericolosa deriva autoritaria”, “ossessione del capro espiatorio”, “esplosione emotiva”, “punizione cieca”, “barbarie”, ”pressappochismo”, “improvvisazione”, “avventurismo”, “collettivismo”, “socialismo reale”, “oscurantismo” (Repubblica, Corriere, Stampa, il Giornale); l’eventuale revoca senz’attendere i tempi della giustizia costerebbe allo Stato 20 miliardi di penali; è sempre meglio il privato del pubblico, dunque le privatizzazioni non si toccano; il viadotto non sarebbe crollato se il M5S non avesse bloccato la Gronda (bloccata da chi governava, cioè da sinistra e destra, non dal M5S che non ha mai governato; senza contare che la Gronda avrebbe lasciato in funzione il ponte Morandi); e altre cazzate. Repubblica: “In attesa che la magistratura faccia luce”, guai e fare di Atlantia “il capro espiatorio di processi sommari e riti di piazza”, “tipici del populismo”. Corriere: revocare la concessione sarebbe “una scorciatoia”, “un errore” e “un indizio di debolezza”. La Stampa: il crollo del ponte è “questione complessa” e nessuno deve gettare la croce addosso ai poveri Benetton (peraltro mai nominati), “sacrificati” come “capro espiatorio contro cui l’indignazione possa sfogarsi”, come nei “paesi barbari”. Parole ridicole anche per chi guardava le immagini del ponte crollato con occhi profani: se lo Stato affida un bene pubblico a un privato e questo lo lascia crollare dopo averci lucrato utili favolosi, l’inadempimento è nei fatti, la revoca è un atto dovuto e il concessore non deve nulla al concessionario. O, anche se gli dovesse qualcosa, sarebbero spiccioli (facilmente ammortizzabili con i pedaggi) rispetto al danno che deriverebbe dalla scelta immorale di lasciare quel bene in mani insanguinate. Ora però c’è pure la terrificante relazione ministeriale, che va oltre le peggiori aspettative. In un Paese serio, o almeno decente, i vertici di Autostrade-Atlantia-Benetton, anziché balbettare scuse o chiedere danni in attesa di farne altri, si dimetterebbero in blocco rinunciando alla concessione, per pudore. E i giornaloni si scuserebbero con i familiari dei 43 morti e uscirebbero su carta rossa. Per la vergogna. Editoriale del Fatto Quotidiano di oggi che condividiamo appieno. https://www.facebook.com/circolo.miani/photos/a.1497907753813521/2298682417069380/?type=3&theater


Grazie.

» Inviato da valmaura il 24 September, 2018 alle 1:21 pm

L’articolo “Dalle leggi razziali alla delazione. Nel DNA di Trieste” ha raggiunto 13.000 (tredicimila) lettori su Facebook. Ha avuto un altissimo numero di “Mi Piace” (tra diretti e indiretti quasi 500), e condivisioni (oltre 100), i “commentatori” sono stati più di 50. Questo a dimostrazione che quando si offrono, anche sui Social Forum, scritti ed articoli seri, ed informazioni che altri non danno, i lettori apprezzano. Per come funziona Facebook ad esempio è il numero delle persone che hanno messo e mettono il loro “Mi Piace” alla Pagina e non solo al Post, e che magari cliccano pure sul tasto “Segui” che determina la diffusione dei contenuti di questa Pagina. Ovvero che aumenta la “tiratura”, come si dice per i giornali. Da qui il nostro costante invito dunque a mettere il vostro “Mi Piace” alla Pagina ed a condividerlo con gli amici. Proprio perché il nostro sforzo è quello di fornire, come un giornale, quotidianamente informazioni e spunti di riflessione su quelli che riteniamo di volta in volta essere i problemi della nostra comunità. E senza guardare in faccia a nessuno, senza alcun partito preso. Detto questo alcuni commentando, pochi per la verità, ci hanno fatto rilevare che gli argomenti da noi trattati nell’articolo sono superati e dunque inutili e che dovremmo piuttosto occuparci delle “rogne” attuali. A parte che molte delle “rogne” odierne che vive la nostra comunità triestina e regionale, derivano anche dal fatto che l’attuale classe dirigente, politica e non, è totalmente digiuna di conoscenza della storia recente delle nostre terre. La foto, che ripubblichiamo, dovrebbe far pensare e capire che parliamo proprio di noi, come quelle che l’accompagnano: la sfilata sulle Rive e gli impiccati nelle scale del Conservatorio Tartini. E di luoghi e posti che frequentiamo giornalmente ignorando quasi sempre cosa hanno “ospitato” e rappresentato. Da qui un invito pubblico a riflettere. “Quante volte siamo passati , magari velocemente, sotto i portici del palazzo nella foto in piazza Oberdan? Magari siamo entrati nel portone per salire negli uffici (Ras ed altri) o siamo andati nella banca che stava sotto i portici, oppure abbiamo preso un caffè nel bar che prima c’era sull'angolo. Anche solo abbiamo sostato in attesa dei Bus. Senza pensare che per quello stesso portone, in quelle stanze, in quegli "uffici" (il Comando triestino delle SS e della Gestapo) centinaia di persone sono entrate non di loro volontà per essere picchiate a sangue, torturate a morte per non uscirne più, e i più "fortunati" per essere caricati come bestie su di un camion e portati in Risiera oppure verso altri campi di sterminio. Fateci caso la prossima volta che ci passate, magari con meno fretta e sforzandovi di pensare cosa provavano i nostri e vostri coetanei quando era spinti dentro calpestando lo stesso nostro e vostro marciapiede dagli sgherri nazifascisti magari per una "soffiata" del vicino di casa.” E per finire qualcuno ci ha chiesto chi siamo e cosa è il Circolo Miani. Alla prima domanda rispondiamo ripubblicando quanto scritto una settimana orsono. “Noi siamo diversi. E lo siamo orgogliosamente quanto naturalmente. Diversi perché facciamo, o meglio cerchiamo di fare, informazione, in un quadro di piattume e bugie. Diversi perché prima di scrivere ci informiamo e ricerchiamo quelle cose che eventualmente conosciamo poco. Diversi perché colti in una società di incolti (il titolo di studio c’entra poco). Diversi perché preparati e competenti in una comunità dove comandano incompetenti ed arroganti. Diversi perché distanti e distinti da una politica e da una classe dirigente più attenta agli affari di pochi che agli interessi di Trieste e del FVG. Diversi perché non abbiamo altra parte politica che gli affanni ed il benessere nostro e della nostra comunità. Diversi perché portiamo il nome di Ercole Miani.” E per la seconda vi invitiamo a leggervi “La nostra storia. Il Circolo Miani per Trieste” in alto a destra sulla Pagina sotto la foto con Gherardo Colombo e Maurizio Fogar. https://www.facebook.com/circolo.miani/photos/pcb.2297238147213807/2297237390547216/?type=3&theater https://www.facebook.com/circolo.miani/photos/pcb.2297238147213807/2297237603880528/?type=3&theater https://www.facebook.com/circolo.miani/photos/pcb.2297238147213807/2297237673880521/?type=3&theater



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