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'L'Eco della Serva'
Fatti e misfatti della settimana

Lazzaro è ri-risorto !
Oggi compare dopo anni di silenzi il “consulente del Comune e del podestà Dipiazza” tale prof. Barbieri, ricercatore universitario, dalle pluriconsulenze (Regione, Arpa, di cui è uno dei cinque direttori scientifici, e Comune, prima con Cosolini e poi..
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48: Morto che parla.
Veramente qui i morti sarebbero tre, ma sintetizziamo! Sul Fatto Quotidiano online compare, absit iniuria verbis, un articolo (?) dall'oltretomba della politica velinara dedicato alla Ferriera di Trieste, dei cui reali problemi non si fa cenno alcuno.E..
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Circolo Miani » News Correnti » Page 21

Autoreferenzialità scambiata per realtà.

» Inviato da valmaura il 11 March, 2019 alle 12:43 pm

Oggi il neodirettore del piccolo giornale che nella corsa al ribasso è riuscito ad eguagliare in numero di copie vendute l’allora settimanale “Il Meridiano”, ai suoi tempi d’oro, se ne esce nel suo editoriale della domenica con questa frase “Trieste capitale europea della Scienza, che dà segni importanti di vocazione tecnologica anche attraverso una consapevolezza diffusa in buona parte della popolazione.”
Tralasciamo le altri frasi fatte del tipo “Trieste città faro” et similia. Le abbiamo lette e sentite da quando portavamo i calzoni corti e pertanto al massimo ci strappano un mesto sorriso.
Ma scambiare la propria autoreferenzialità, il parlarsi addosso in convegni promossi anche dal piccolo giornale tra i soliti intimi, leggere il proprio sogno scambiandolo per la realtà da appieno la misura di come questo foglio conosca assai poco Trieste e soprattutto la gente che vi abita, e da anche la misura di che “giornalismo” pratichi.
Scrivere, ma anche solo pensare, sognare che la “vocazione tecnologica” di Trieste sia “una consapevolezza diffusa in buona parte della popolazione” eguale ad ignorare la realtà vera.
Purtroppo la totale separatezza tra la “Trieste della scienza” ma anche più genericamente tra il mondo “intellettuale” e la città è cosa vecchia di decenni, e non saranno certamente alcuni confortevolmente lussuosi convegni tra i soliti noti, alcuni “speciali” cartacei del giornale che il lettore comune scarta con la velocità della pubblicità, o dei pastoni politici, a far modificare opinione.
Fin che non capisce questo, e non modifica il residuo minoritario rapporto che il giornale da lui diretto ha con la città, questo resterà sempre più uno strumento inutile per la crescita dell’opinione pubblica locale.
Buono tutt’al più a gratificare gli “oratori” di turno, nel convegno di turno, in una autoreferenzialità che ricorda la pipì sul vetro: scorre e passa via, sollevando al massimo un’esclamazione di appagata soddisfazione in chi si “è liberato”.
Nella foto: “festa in Galleria”. Quindicimila triestini nel freddo umido per una coppetta di “Jota” in omaggio, e pure “annacquata”.

https://www.facebook.com/circolo.miani/photos/a.1497907753813521/2412301439040810/?type=3&theater




In G A L E R A !!!!!

» Inviato da valmaura il 9 March, 2019 alle 2:33 pm

Ci costa non poco gridarlo nel titolo perchè in carcere, soprattutto quelli italiani, non si spedisce a cuor leggero vista l'inesistente, o quasi, “rieducazione”.
Ma qui lo facciamo a pieni polmoni: in galera, in celle superaffollate di delinquenti abituali in crisi di astinenza, non ai domiciliari nelle loro eleganti ville o case, non in clinica a curarsi mali pretestuosi. No: in galera e basta!
Dall'imprenditore infame che rideva al telefono la notte del terremoto all'Aquila pregustando i suoi loschi affari a questi ultimi ingegneri.
Questi vanno rinchiusi e le chiavi buttate al cesso. Leggete qui sotto la notizia.
"Intercettati.
Tre mesi dopo il Ponte Morandi (43 morti). Provano a truccare le carte sei dirigenti, tra cui indagati per il crollo di Genova e per il bus precipitato dal viadotto in Irpinia (40 morti).
A16, Autostrade occulta un altro ponte a rischio.
LA CIRCOSTANZA emerge da alcune intercettazioni depositate al Tribunale del Riesame di Genova dal pm titolare dell’inchiesta sul Morandi. Parla il dirigente di Autostrade Gianni Marrone (indagato per falso), direttore del tronco pugliese già condannato in primo grado per i 40 morti sul bus precipitato dal viadotto Acqualonga di Monteforte Irpino.
Era lui, da quanto emerge, a volere a tutti i costi correggere le relazioni tecniche sul "Paolillo" sulle discrepanze tra il progetto del ponte e la sua effettiva realizzazione. I suoi interlocutori sono alcuni ingegneri della Spea Engineering (del gruppo Atlantia/Benetton azionista di maggioranza di Autostrade), società che fornisce servizi in materia di progettazione, direzione lavori e sorveglianza delle opere. Si tratta di Massimiliano Giacobbi, indagato per falso, omicidio e disastro plurimo per il crollo di agosto, Andrea Indovino, Lucio Torricelli Ferretti, Gaetano Di Mundo (indagati per falso) e Francesco D’Antona.
Tutti appaiono ben consapevoli della gravità di quanto stanno per fare. Ecco cosa si dicevano il 14 dicembre 2018 Massimiliano Giacobbi, responsabile dell’unità di sicurezza Spea e Andrea Indovino. È imminente un incontro con l’ispettore Placido Migliorno del Mit, il problema è che nelle travi del viadotto (compresa in quella danneggiata) erano stati utilizzati trefoli (cavi intrecciati) e non fili e che per questo era stato chiesto agli ingegneri da parte del dirigente di Autostrade Marrone di sostituire l’originaria relazione, che metteva in luce tali difformità, con una confezionata ex novo, che le omettesse."
E questi sono ancora a piede libero?
Liberi di inquinare prove, reiterare reati, no fuggire all'estero no che in nessun altro paese la giustizia li tratterebbe con tanti guanti bianchi come in Italia.
Ah dimenticavamo, sciogliere le società, e confiscare tutti i loro beni, anche solo per “responsabilità oggettiva”. Se la regola vale nel mondo del calcio per qualche mentecatto degli “ultras” forse per chi opera così è IMPERATIVA!.
Si siamo incazzati assai, ma proprio assai!
Nelle foto (visibili sulla Pagina Facebook Circolo Miani): il pullman prima e dopo il volo e tiranti ed ancoraggi dei guard-rail del viadotto corrosi ed arrugginiti.



Quanto odio contro i poveri.

» Inviato da valmaura il 7 March, 2019 alle 11:44 am

Francamente c’è da rimanere stupiti, ma forse perché siamo ingenui, all’esplicazione di tanta acredine, di tanta avversità contro un provvedimento, per altro minimale ed insufficiente, quale il reddito-pensione di cittadinanza.
Anzi diciamolo pure fa francamente schifo vedere dei rappresentanti politici “cattolici” rinnegare la predicazione di Gesù Cristo, sputare sui Vangeli, negare gli “ultimi” di Papa Francesco, ma poi magari correre in Chiesa la domenica per recitare in prima fila la loro fede.
“Sepolcri imbiancati e farisei” li definiva Gesù.
Analogamente fa un po’ ribrezzo sentire le prefiche contrarie di questi eredi di Marx e Lenin, di parlamentari del PD e dell’inesistente LEU, che rinnegano i “proletari” in diretta televisiva.
Sbiancano per l’equilibrio dei conti italiani, loro che li hanno affossati da decine di anni, e si preoccupano per i sei-sette miliardi che il provvedimento costerà ma non hanno battuto ciglio quando si trattava di regalare 80 miliardi alla Confindustria e salvare banche e banchieri in profondo rosso per la gestione allegra dei bilanci a tutto favore degli “amici degli amici”.
Tutti a dannare la parola “assistenza” come rappresentasse la peste nera e non uno dei termini più belli e puliti, tra tutto lo sporco di questa politica degli affari.
Assistere gli infermi, i malati, i poveri suonano parole avulse, e lo capiamo, per chi ha “assistito” da sempre solo la propria panza.
Provate voi a sopravvivere con i 187,50 euro mensili dell’attuale REI e poi ne parliamo.
Si, fate proprio schifo !!!

Ci scuserete per la foto ma “quanno ce vò, ce vò!”

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Storia. Il contesto ed i numeri nella Giornata del Ricordo.

» Inviato da valmaura il 5 March, 2019 alle 2:55 pm

Purtroppo ancora molte persone, soprattutto tra coloro che non hanno vissuto quei periodi ma che sono nati e cresciuti qui, si rifiutano di accettare la realtà contestuale in cui i fatti si svolsero.
In parte anche comprensibile perchè una cosa è scrivere la storia, altra cosa è invece viverla anche per interposta persona.
La seconda Guerra Mondiale scatenata dall'Asse Berlino, Roma, Tokio, con la partecipazione dei loro stati satellite, causò, oltre a devastazioni indicibili 50 milioni di morti per la gran parte civili.
Di questi 12 milioni (oltre 6 milioni gli ebrei) morirono nei lager nazisti o per schiavitù lavorativa al servizio della Germania. La sola Polonia, a seguito dell'aggressione e dell'occupazione nazista, perse un terzo della sua intera popolazione; la Russia ebbe 30 milioni di morti, in gran parte civili.
Per restare all'Italia furono ben oltre i 600.000 gli internati militari italiani (IMI) dopo l'8 settembre 1943, e di questi 50.000 circa morirono di fame, stenti e fatica in Germania.
Durante e soprattutto alla fine della Guerra, o subito dopo, furono quasi 12 milioni gli europei protagonisti, loro malgrado, di “esodi” o fughe e abbandoni di terre e case.
Ma il “contesto” non può esimersi dal ricordo del nostro particolare: ovvero dalle politiche, dagli eccidi e deportazioni attuate nella Venezia Giulia e poi nella provincia di Lubiana, e in Croazia-Montenegro dal Regime fascista e dalle truppe di occupazione del Regio Esercito.
Non è un mistero che a partire dall'incendio del Balkan a Trieste nel luglio 1920, in quello che Renzo De Felice definì "il vero battesimo dello squadrismo organizzato", ad opera dei fascisti triestini guidati da uno dei più feroci capimanipolo, Francesco Giunta, poi premiato come segretario nazionale del Partito Fascista, con incarichi nei Governi Mussolini ed infine come Governatore della Dalmazia, la politica portata avanti per 25 anni dal Regime fu di snazionalizzazione totale nei confronti delle ampie minoranze slovene e croate (proibizione di usare la madrelingua, cambiamento forzato dei cognomi, abolizione di scuole, associazioni, anche sportive, e istituti pubblici e privati). Oltre a violenti episodi di bastonature, incendi di abitazioni, uccisioni di cui ci testimoniano anche le lapidi sparse per mezzo Carso.
La parte più feroce del suo delinquenziale operato il Tribunale Speciale istituito dal fascismo la espresse proprio in queste zone con innumerevoli condanne a morte verso Sloveni e Croati.
L'unico caso di rimozione e trasferimento di un Vescovo ed Arcivescovo avvenne a Trieste e Capodistria, con Luigi Fogar, che si oppose alla cancellazione delle messe in Sloveno e Croato, dopo una furibonda campagna denigratoria condotta dal Piccolo di Alessi e dal Prefetto.
Dopo l'invasione nazifascista, ovvero tedesca ed italiana, del regno di Yugoslavia, le truppe di occupazione del nostro esercito si comportarono, non dappertutto va detto, con tale brutalità e ferocia da scandalizzare talvolta perfino i tedeschi, come bene descrivono gli storici a partire da Teodoro Sala ed Enzo Collotti, con rappresaglie, stragi di civili ed incendi di interi villaggi.
Ecco dunque il “contesto” in cui va obbligatoriamente inserita anche la vicenda successiva degli infoibamenti e dell'esodo.
Per i numeri riportiamo quanto pubblicato da noi recentemente. “Gli arrestati nelle province di Trieste e Gorizia furono circa 10.000, ma la maggior parte di essi fu liberata nel corso di alcuni anni. Secondo una ricerca condotta a fine anni '50 dall'Istituto centrale di statistica, le vittime civili (infoibati e scomparsi) nel 1945 dalle province di Trieste, Gorizia ed Udine furono 2.627. Probabilmente la cifra pare leggermente sovrastimata, perché qualche prigioniero può essere rientrato senza darne notizia. D'altra parte, a tale stima vanno aggiunte le circa 500 vittime accertate per Fiume e qualche centinaio dalla provincia di Pola. Inoltre, mancano dal computo i militari della RSI, per i quali il calcolo è difficilissimo, in quanto le fonti non li distinguono dagli altri prigionieri di guerra. Una stima complessiva delle vittime fra le 3.000 e le 4.000 sembra perciò abbastanza ragionevole.”
Lo stesso Sindaco di Trieste, Gianni Bartoli, nel suo libro parla di 4.500 scomparsi (tra deportati ed infoibati) nell'intera Venezia Giulia.
Ora riteniamo che fanno torto grande assai proprio alle vittime coloro che sparano cifre a casaccio (dai diecimila in su fino al record del Fatto Quotidiano di “oltre 300.000”) come se amplificare i numeri fosse ritenuto necessario per aumentare la gravità dei fatti.
E' invece dannoso, in quanto controproducente, ed inutile in quanto screditante.
L' esodo, anzi gli esodi scaglionati negli anni, coinvolsero 250.000 persone, come risulta dai censimenti pubblici.
Queste cifre e questi fatti non possono prescindere da due considerazioni. La prima che alla fine della Guerra e nelle settimane immediatamente successive in tutta Europa avvenne una ondata di “giustizie sommarie” nei confronti di criminali di guerra e collaborazionisti, reali ed anche purtroppo supposti, degli occupatori nazifascisti. Le stragi di decine di migliaia di persone in Belgio (soprattutto Valloni) ed in Francia stanno a dimostrarlo.
Nello stesso periodo in Europa ci furono decine di migliaia di “liquidazioni” decise da tribunali di guerra volanti dove ci furono vittime sicuramente incolpevoli della pena di morte. In Italia uno per tutti fu il caso di Achille Starace, che affrontò con dignità processo e fucilazione, esattamente il contrario delle sue buffonesche iniziative di quando dirigeva il PNF.
Il caso di cronaca odierna dove la stampa da notizia dell'ennesimo rinvenimento di “foibe” nel nord della Slovenia contenenti migliaia di resti di sloveni e croati eliminati principalmente nel maggio-giugno 1945 è l'ulteriore conferma che la sorte degli italiani fu strettamente legata ad una scelta politico-ideologica, ovvero all'eliminazione sommaria o alla deportazione di tutti coloro che, oltre ad essere accusati di crimini di guerra e collaborazionismo, venivano ritenuti, a torto o ragione, degli oppositori della nascente Repubblica Socialista yugoslava.
In Austria con la consegna di tutta l'armata Cosacca, rifugiatasi con famiglie al seguito nella piana di Lienz (Ost Tirol), ai Sovietici in vagoni piombati a cura dell'esercito inglese.
E sempre a cura degli Inglesi lo sbarramento delle vie di fuga al confine austriaco di oltre un centinaio di migliaia di Croati, Sloveni, Serbi con famiglie al seguito che poi in gran parte vennero sommariamente uccise da parte dei partigiani yugoslavi, come appunto la notizia di oggi conferma.
Ma ci furono altri episodi non meno significativi di una tragica scelta “politica” e non etnica. Durante i 40 giorni di occupazione yugoslava di Trieste, i muri della città erano tappezzati di manifesti con i nomi dei principali ricercati dalla polizia politica titina: in testa vi figuravano Ercole Miani e Galliano Fogar. Lo stesso Ercole Miani che vide la sua casa devastata una seconda volta (i primi furono i nazifascisti) dagli occupanti yugoslavi. A ulteriore dimostrazione che si riteneva prioritario eliminare quelle voci, non in quanto italiane, ma in quanto antifasciste e che dunque a ragione potevano opporsi a scelte annessionistiche future.
Quando nell'opinione pubblica internazionale scoppiò il caso degli infoibamenti e delle deportazioni fu lo stesso Maresciallo Tito, croato, a convocare d'urgenza a Belgrado il Comandante della Piazza di Trieste, un generale croato eroe della Resistenza, ed a rimproverarlo aspramente per non essere stato capace di evitare quegli episodi. Il generale uscito dal colloquio con Tito rientrò nella sua stanza d'albergo e si sparò un colpo alla tempia. E perchè Tito decise allora di fare questo? Per ragioni umanitarie o perchè queste notizie nuocevano alla trattativa in corso con gli Allleati per l'annessione di Trieste, Gorizia, Venezia Giulia e Slavia Veneta alla nascente Yugoslavia? Noi propendiamo per la seconda ipotesi.
E quanto poco la questione etnica ispirasse l'azione dei vertici Yugoslavi lo sta pure a dimostrare la drammatica epopea dei cantierini monfalconesi di tre anni dopo. Ovvero prima accolti a braccia aperte in quanto comunisti italiani e poi dopo la rottura con Stalin, ed il PCI, epurati e rinchiusi in campi di “rieducazione” politica prima di essere espulsi e rimandati in Italia.
Tutto questo senza nulla togliere alla gravità drammatica degli episodi, dove innocenti furono trucidati, dove intere comunità scelsero, si fa generosamente per dire come a Pola, di abbandonare tutto e scappare in una Italia non sempre pronta e capace di accoglierle.
Certamente, soprattutto nelle vicende del settembre 1943 in Istria, a scelte politiche si unirono vendette personali e sociali ma che poi l'Italia fosse sinonimo di Fascismo, e da oltre venti anni, questo altro non era che il risultato caparbiamente cercato e voluto dalla politica del Regime mussoliniano. Nel 1935 dal balcone di Palazzo Venezia il “Duce” annunciando l’invasione dell’Etiopia aveva proclamato “L’identità tra Italia e fascismo è perfetta, assoluta, inalterabile”, tanto per fare un esempio. Allora aveva anche telegrafato a Badoglio e Graziani l’ordine di usare i gas per sterminare gli Etiopi: “Ipritate”! Noi “brava gente” ma non sempre.
Ecco fino a quando non trarremo spunto da ricorrenze quali la Giornata del Ricordo e del Giorno della Memoria per fare i conti con il nostro passato, con la nostra storia recente come invece altri Paesi europei, a partire dalla Germania, hanno fatto, ed in particolare qui a Trieste: la città con il maggior tasso di collaborazionismo spontaneo a favore degli occupanti nazisti in tutta Europa, tutto rimarrà solo polemica politica, rancore personale o gratuite fesserie come il paragone tra il Magazzino 18 ed Auschwitz, tra le foto con cataste di sedie e mobili e quelle con cataste di cadaveri: 1 milione e 500.000 per l'esattezza.
Nella prima foto il Comando delle SS in piazza Oberdan a Trieste.

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Storia tra destra e sinistra.

» Inviato da valmaura il 4 March, 2019 alle 1:30 pm

Per non parlare poi dell'uso fattovi dai partiti.

Alcuni ricorrenti commenti in calce ad alcuni nostri recenti articoli sulla questione dell'esodo e delle foibe, questione che rispunta come polemica ogni anno in occasione della Giornata del Ricordo ed anzi con toni sempre più virulenti quanto inappellabili, ci spingono a proporvi questa riflessione.
Non esiste, o meglio non dovrebbe, una storia di “destra” o di “sinistra”.
Se per storia intendiamo la ricostruzione di fatti in un determinato periodo, analizzando il contesto in cui sono avvenuti e la ricerca delle cause che li hanno determinati quanto degli effetti causati.
Per questo, onde evitare di divenire “di parte”, rischio sempre incombente anche contro le buone intenzioni degli storici, nello riscrivere e ricostruire si deve sempre puntigliosamente riportate le “fonti”, ovvero quelle maledette “note” scritte molto spesso in minuscolo, che sono il calvario dei lettori. Ma che sono l'unica garanzia della serietà della ricerca storica. Tante più sono le “fonti” utilizzate e citate, e non tutte sono ancora oggi disponibili e reperibili, tanto più risalta l'autorevolezza della ricostruzione storica.
Diversa cosa è invece la “memorialistica”, ovvero le pubblicazioni, a partire da diari o appunto memorie di chi quei fatti li ha vissuti personalmente o per interposta persona, quasi sempre di suoi famigliari.
Anche se vanno comunque sempre consultati ed inseriti nelle fonti, un attento storico non potrà non tener conto che questi testi subiscono inevitabilmente l'influenza emotiva del soggetto estensore, spesso lacerato da drammatici ricordi, e che pertanto memorie e diari vanno sottoposti ad un più attento e rigoroso riscontro. Ovvero confrontati con altre fonti per essere utilizzati. Tutte cose noiose sin che si vuole per i lettori, ma che vanno sempre riportate.
Non spetta poi allo storico trinciare giudizi o dare risposte in assenza di prove fattuali, ovvero di fatti riscontrati (il caso dell'orrenda strage di Vergarolla è esemplare) ma deve presentare le varie ipotesi sul tappeto approfondendo l'esposizione fin dove ci siano elementi appunto provanti. E dare le sue valutazioni sugli effetti che questi episodi hanno concorso a determinare.
Potrà a taluni, in particolare alle vittime od a parenti di esse, sembrare cinico ma lo storico, che pure avrà maturato sue idee e convinzioni, deve attenersi ai fatti finora noti e riscontrati, magari perseverando nella ricerca di nuovi.
Detto questo chiunque si occupi di ricerca storica deve riconoscere meriti e fatiche di chi lo ha preceduto e da cui in larga parte lui ha tratto il materiale per le sue pubblicazioni.
Non ci possono essere mai, e tantomeno sul tema in oggetto (esodo e foibe), primogeniture e soprattutto silenzi omissivi che per narcisismo personale finiscono per avvallare tesi politiche farlocche e strumentali quali le balle sulle “verità nascoste e sull'omertà”.
Questo si è peccato grave, e danno quanto inganno dell'opinione pubblica.
Contravvenendo a quanto finora scritto daremo qui un giudizio pesante, ma vi assicuriamo accompagnato da tutti i riscontri del caso, sul comportamento di partiti e forze politiche sulle vicende storiche oggetto delle loro strumentalizzazioni a fini di parte ed elettorali. Anche gli ultimi discorsi ed interventi nella Giornata del Ricordo ne sono plastica conferma.
In questo la tragedia dell'esodo ne è cartina di tornasole perfetta. Chi ne parla politicamente, quasi sempre non conosce e non ha letto niente della vicenda. Va ad orecchio ed a slogan fatti e rifatti al fine di trarne il massimo tornaconto personale e partitico. E taluni che presumono di “sapere” provocano danni viepiù maggiori mantenendo e riaprendo ferite mai sopite completamente.
E ciò per chi ha la presunzione, indipendentemente dalla sua parte politica, di rappresentare e governare la nostra comunità (Stato, Regione, Comune) è desolante.
Il contesto ed i numeri. Argomenti fondamentali e di cui scriveremo domani.
Dunque continuate a seguirci mettendo il vostro “Mi Piace” a questa Pagina e … buona lettura.

Nelle foto: nella prima un classico esempio di “pigrizia” professionale a manipolazione dell'opinione pubblica, peraltro del tutto inutile perchè di scatti e filmati, spesso molto più “forti”, sull'esodo sono pieni gli archivi (vedi foto due e tre).

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