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Circolo Miani » News Correnti » Page 202

A Galliano Fogar

» Inviato da valmaura il 14 October, 2014 alle 11:04 am

Caro papà è una fortuna che tu non ci sia. Una fortuna per Te, si intende.

Non oso immaginare, anche se in realtà me la immagino benissimo, la Tua reazione alla lettura sul piccolo giornale di qualche giorno fa dell’intervista di tale Silvio Maranzana ad un laureato in fisica, certo  Antonio Ballarin, presidente di una associazione di esuli istriano-dalmati.

Quando avresti letto la frase che “il magazzino 18 (del nostro Porto Vecchio, dove sono messe a deposito le masserizie ed il mobilio lasciato qui dagli esuli di passaggio per Trieste) è come Auschwitz”.

Non credo che i muri di casa nostra sarebbero bastati a contenere l’eco delle Tue imprecazioni ma soprattutto rivolte a chi aveva realizzato e pubblicato quell’articolo senza perlomeno dissociarsi fermamente da tale bestialità storica.

Tu che hai seguito allora da giornalista ed inviato di una delle più importanti ed autorevoli agenzie di informazione del mondo (France Presse) le colonne degli esuli che tristemente si dirigevano a piedi, abbandonando le loro case in Istria verso Trieste, ed una volta mi ricordasti che le loro parole, di vittime di un dramma per loro epocale, erano meno dure nei confronti di chi li aveva costretti a quella fuga di quelle che oggi certi nipotini politici pronunciano in televisione o sui giornali.

Ed è una fortuna per Te, che hai fondato assieme ad Ercole Miani e Alberto Berti la deputazione  regionale dell’Istituto di Storia del Movimento di Liberazione, a non poter assistere al silenzio degli ignoranti, dei vili ed opportunisti che a tutt’oggi si guardano bene dallo smentire e dal replicare, insomma tacciono probabilmente per continuare a mendicare uno spazietto su questa stampa.

Caro papà, avevi un caratteraccio insopportabile ma Ti ringrazio comunque di avermi dato la possibilità di crescere accanto a Te.

Mi manchi tanto e sempre di più ogni giorno che passa.

Maurizio




Non capiscono proprio …

» Inviato da valmaura il 8 October, 2014 alle 12:36 pm

No, la faziosità e l’ignoranza sono sempre pessime consigliere.

E la vicenda di ieri ne è stata l’ennesima riprova, a partire dal confuso resoconto che la Ziani fa oggi sul piccolo giornale, d’altronde perfettamente in linea con suoi precedenti articoli sul tema, nell’incontro pubblico al Circolo della Stampa sulla Ferriera modello Arvedi, protagonisti, in negativo, il sindaco Cosolini, il numero uno di Siderurgica Triestina (50.000 euro di capitale) Francesco Rosato (per lunghi anni direttore della Ferriera poi in ultimo dell’intera Lucchini Italia, consulente della giunta Cosolini per sei mesi, sotto processo per falso e traffico illecito di rifiuti “speciali” nella cui inchiesta era finito pure agli arresti).

Ma tutto questo il “bravo giornalista” Maranzana si dimentica di ricordare al pubblico (una settantina, forse ottanta i presenti, non i “centocinquanta” del Sindaco), come ben si guarda dal menzionare i due laminatoi già promessi dai Lucchini padre e figlio proprio dalle colonne del giornale per cui lavora da anni senza conoscere, o per lo meno leggere Pierluigi Sabatti come emerge nel dibattito.

Anzi esordisce annunciando due domande “cattivissime” a Sindaco e Rosato: slurp, slurp, che un gatto mammone dimostra più grinta.

La Ziani titola di “gazzarra” e  poi scrive che “il Circolo Miani e Servola Respira (ai quali facevano riferimento i due terzi dei presenti) hanno anche usato civilmente il microfono”. Perbacco che complimento, e Fogar e Pezzetta che pensavano che quelle antenne nere con protuberanza finale servissero a tutt’altro scopo, modello enteroclisma (traduciamo in volgare per Ziani e Maranzana: clistere).

In realtà l’unica “gazzarra” a cui abbiamo assistito, assieme ai triestini che hanno praticamente smesso di comperare il piccolo giornale, non ieri ma da dieci e passa anni è stato l’indecoroso comportamento di certa stampa, ridotta a fare la semplice propaganda dei padroni delle Ferriere e dei partiti di riferimento, oscurando e censurando ogni voce fuori dal coro, il loro.

E la giornata di ieri non ha fatto differenza. A proposito la domanda di Fogar a Rosato (che Cosolini non sapeva neppure a cosa servissero e chi cacciava –Noi, cioè lo Stato e non la Siderurgica Triestina- ed in quanti anni –cinque: 2015/2020- i 42 milioni del repentinamente defunto accordo di programma numero Uno, che pure aveva baldanzosamente sottoscritto solo nove mesi fa) era incentrata su chi paga i 120 milioni delle bonifiche, ed è stata l’unica cosa nell’infausto pomeriggio al quale il pur abilissimo manager non ha saputo, o meglio voluto, rispondere, andando visibilmente in imbarazzo. A salvarlo ci ha pensato, more solito, il “cattivissimo” Maranzana. Eppure la risposta era semplice: la precedente proprietà, cioè le dodici principali banche italiane che di soldini non difettano oppure la nuova proprietà, alias Siderurgica Triestina che la firma di Arvedi non compare da nessuna parte, nemmeno sul contratto di compravendita, il cui importo, chissà perché visto che chi vende è un Commissario del Governo, tale Nardi fresco di condanna ad otto anni e sei mesi al Tribunale di Taranto per la morte di una decina di lavoratori dell’Ilva (ma che bell’ambientino questo dei boiardi della siderurgia italiana), che è pure referente dei giudici del fallimento Lucchini, è tuttora segreto, e se fosse per il giornalismo modello Maranzana lo rimarrebbe per sempre.

Un sommesso quanto “civile” suggerimento a Cosolini ad ai vari Grim e Cok: nel 2007 quando da Assessore regionale presiedeva il Tavolo per la dismissione e riconversione della Ferriera, con a lato i supervisori Semino e Rosato sempre lui, Roberto Cosolini inneggiò ed approvò il Piano industriale per Ferriera e Trieste presentato dalla Lucchini-Severstal (due paginette) oltre ad annunciare con sei mesi a passa di anticipo la concessione dell’AIA da parte della Regione. Abbiamo visto poi come è finita, con i libri in Tribunale e con le prescrizioni della stessa Aia bollate dalla Procura come “generiche ed inefficaci”, Maranzana sveglia!

Ecco ora forse un tanticchio di prudenza non guasterebbe. Capiamo certo che fino che a scriverne ci sono i Maranzana e company l’amnesia è garantita, ma non si sa mai, visto che l’attuale piano industriale modello Arvedi di paginette ne ha quattro.

In quanto ai Salvaneschi  (“la città si è sempre rivoltata contro la fabbrica dimenticando che i più interessati ad un ambiente sano siamo noi, i lavoratori più esposti”) e Palman di turno che nel suo intervento è arrivato ad ironizzare sull’inquinamento e le sue conseguenze, rispondiamo con i dati, per altro parziali per difetto perché collegati solo a tre tipi di tumore (polmone, vescica e mesotelioma/amianto) resi noti dalla Procura: 83 lavoratori morti.

Lo spieghino alle vedove ed ai familiari.




Dal Minculpop ad oggi.

» Inviato da valmaura il 29 September, 2014 alle 3:39 pm

Potremmo citare quanto scrivevano Piero Gobetti (la Rivoluzione Liberale), Antonio Gramsci (Quaderni dal Carcere), a Carlo e Nello Rosselli su su fino a Piero Calamandrei, Umberto Terracini e Giuseppe Dossetti per arrivare a don Lorenzo Milani (Lettera ad una professoressa) e prima ancora a Edmondo De Amicis (si l’autore di Cuore ed esponente del Partito Socialista nel 1800), per non parlare appunto di Benito Mussolini che, memore del suo passato di socialista rivoluzionario, volle aggiungere al nome “Ministero della Cultura” del regime fascista il termine “Popolare”, abbreviato Minculpop.

Ma preferiamo partire da Carlo Tullio Altan (da non confondere con il figlio Francesco, il padre di Cipputi e della Pimpa), forse il più prestigioso docente universitario di Antropologia che l’Italia abbia mai espresso (finì la sua carriera accademica insegnando all’Università di Trieste).

Scriveva Altan, e noi come Circolo Miani nella relazione di presentazione programmatica all’assemblea fondativa a lui ci ispirammo, che esistono nella nostra società due tipi di cultura. Quella con la “C” maiuscola rappresentante il vecchio mondo accademico, baronale, nozionistico e conferenziere, paludato di prime teatrali, e l’altra con la “c” minuscola.  Anzi le altre perché ce ne sono tante e diverse, che raccolgono le aspettative, i bisogni, il comune sentire delle persone normali che vivono nella società attuale e che sono più interessate naturalmente alla realtà quotidiana. E ad acquisire gli strumenti per padroneggiarli e risolverli:  dunque l’esercizio culturale come elemento di apprendimento pratico, interpretazione ed aiuto per la crescita individuale, e per quella collettiva della comunità in cui si è inseriti, in modo da viverla non da passivi spettatori ma da protagonisti partecipi delle scelte. Altan in questo raccoglieva molti dei pensieri scritti da Antonio Gramsci quando parlava del ruolo sociale dell’intellettuale. Ma fermiamoci qui.

Per questo nello Statuto e nell’Atto costitutivo del Circolo Miani esso venne da noi definito come uno “strumento al servizio delle genti che vivono in queste terre”.

E, senza peccare di immodestia, crediamo che il Circolo abbia svolto egregiamente il compito che si era dato al momento della sua fondazione. Prima con il ventennio pieno di incontri, mai conferenze e sempre dibattiti tra i cittadini che affollavano le maggiori sale triestine ed i “testimoni”(italiani ed europei, e davvero i più significativamente autorevoli) invitati a Trieste a discuterne. Poi con l’avvio dell’iniziativa del “Rinascimento delle periferie” (suggerimento del sociologo Nando Dalla Chiesa) che sta impegnando la nostra Associazione sul territorio grosso modo dal 1998.

Non ci siamo limitati certamente a questo. Abbiamo sempre offerto alle istituzioni pubbliche, mai a partiti o schieramenti ideologici, la nostra collaborazione e la nostra esperienza, forse unica a Trieste e purtroppo più apprezzata fuori, in Italia, che qui. Tanto che praticamente mai, con l’unica eccezione dell’allora Assessore alla Cultura avv. Franco Franzutti nella Regione a presidenza Roberto Antonione, questa nostra disponibilità fu raccolta, anzi non ci risposero neppure.

E proprio negli anni novanta scrivemmo una proposta complessiva di riforma delle leggi regionali, e poi a caduta delle norme da queste derivanti in Provincia e Comune, che regolavano l’intervento pubblico nella promozione delle attività culturali (teatrali, cinematografiche, musicali, associazionistiche e di volontariato) sul territorio. Tutto rimase lettera morta preferendo il sistema della politica perpetuare la logica dei finanziamenti discrezionali (a pioggia) per garantirsi un tornaconto elettorale. E l’attuale “riforma” regionale non fa sostanzialmente differenza tanto che sempre delega la scelta di “finanziare” ai soliti centri di potere regionali.

Avevamo sempre indicato nella creazione sul territorio di spazi pubblici polivalenti, capaci di fornire non solo sale ma anche servizi (informatici, tipografici, di segreteria) usando dell’immenso patrimonio immobiliare di proprietà della Regione, delle Province, dei Comuni o comunque di enti pubblici a partire dallo Stato con i suoi ministeri, dismesso ed abbandonato, come la strada preferenziale da battere per evitare anche sprechi e clientele. Ma anche più semplicemente per offrire un luogo di aggregazione dove le persone potessero riscoprire il piacere di stare bene assieme.

 E anche per non privilegiare gli “amici degli amici” ma invece offrire a chi ha qualcosa da dire e da fare gli spazi ed i mezzi per farlo. Portando le iniziative culturali sul posto dove la gente vive e creando un percorso virtuoso in cui inserire le tradizionali istituzioni e gli spazi culturali (Musei, Teatri, ecc.) praticamente mai frequentati dagli oltre due terzi dei nostri concittadini. Questo ovviamente  non poteva prescindere da uno stretto collegamento con i servizi sociali e sanitari presenti sul territorio perché questo tipo di “cultura” andava di pari passo con la qualità della vita e la tutela della salute, anzi concorreva ad offrire  gli strumenti individuali ai cittadini per risolverli da protagonisti. Insomma per recuperare anche fiducia nelle istituzioni la cui credibilità, per non parlare poi dei partiti che le occupano, mai ha raggiunto un livello tanto basso (a Trieste alle ultime elezioni regionali, nonostante o forse proprio per  il tanto strombazzato duello Serracchiani-Tondo ha votato solo il 41% degli elettori).

Eppure proprio in carenza tragica di denaro era ed è questa la scelta migliore da praticare.

E sostanzialmente non occorreva inventare nulla o quasi. Bastava copiare l’esperienza degli anni Settanta. Dei Teatri Tenda di Gigi Proietti, Vittorio Gassman, Dario Fo, o L’estate dell’Effimero di Renato Nicolini a Roma, o le delibere di quell’Antonio Comelli, Presidente della Regione FVG, democristiano tutto d’un pezzo, che imponeva alle compagnie teatrali dello Stabile una tournèe con rappresentazioni anche nei comuni minori della nostra regione. O cogliere le proposte innovative che l’eccellente direttrice del Museo Revoltella, Maria Masau Dan in questi anni aveva elaborato.

Oggi il neo, neo, neo, neo (è il quarto in poco più di tre anni) assessore comunale alla Cultura ripropone esattamente quella cultura con la “C” maiuscola che Carlo Tullio Altan tanto deprecava. Non male per una amministrazione comunale progressista, che di sinistra mi pare parola impropria e grossa assai.

 




Siamo “uomini o caporali”?

» Inviato da valmaura il 21 September, 2014 alle 12:55 pm

Gli uomini e, ovviamente, le donne che ritengono meriti aiutare il Circolo Miani ad evitare l’esecuzione di un ingiusto e discriminatorio sfratto dalla sede che da oltre venti e passa anni è un punto di riferimento insostituibile per i cittadini, uno strumento di aiuto per la nostra comunità, allora sono invitati ad essere presenti martedì 23 settembre alle ore 11.30 nella sede del Circolo in via Valmaura 77 (nono piano, ascensore di destra nel portone) a Trieste. Certo è un orario lavorativo ma appunto per questo esistono i permessi, un’ora basta ed avanza, che alle 12 e 20 tutto è concluso. Certo gli impegni già presi … ma l’eventuale sfratto del Circolo è un fatto irripetibile e data ed ora non dipendono da noi che anzi ne avremmo fatto volentieri a meno. Tutti quelli, e sono tanti, che in questi anni si sono rivolti al Circolo Miani per chiedere aiuto, consiglio e quanto altro ci pensino, altrimenti buon Arvedi a tutti e un saluto ai “caporali”.




Il grande Bluff ?

» Inviato da valmaura il 2 September, 2014 alle 2:19 pm

A Poker molti giocatori usano “bleffare o bluffare”, ovvero simulare dietro consistenti rilanci il nulla che le loro carte nascondono, puntando a scoraggiare gli avversari ad andare a “vedere” il punto.

Ecco a leggere le ricostruzioni giornalistiche di quell’ “inviato a Roma” del piccolo giornale, da far tremare le vene ai polsi ai pavidi inviati al fronte in Vietnam, si ricava la netta sensazione che a parlare tutto sia facile e miracoloso ma di fatti finora neanche l’ombra.

Ci riferiamo al “miracolo Ferriera”.

Partiamo dai pochissimi fatti.

Addio Accordo di Programma. Lo hanno firmato in cinque tra ministri e sottosegretari, più Serracchiani, Cosolini e la Provincia, con l’aggiunta a tempo scaduto della Monassi. La foto del fatal gesto ci ha accompagnato per mesi sulla stampa locale. Era il 30 gennaio 2014, si solo sei mesi fa. Lo hanno dipinto come la panacea a tutti i mali della Ferriera, il toccasana che salva l’occupazione, tutela la salute e salvaguarda l’ambiente (un ossimoro, lo definirebbe Umberto Eco). Ed ora tutto da rifare, abbiamo scherzato grazie. Bisogna stendere un secondo Accordo calzato su misura per Rosato e Siderurgica Triestina, ma questa volta non c’erano a Roma Ministri o Presidenti di Regione, solo funzionari e assessori.

Siderurgica Triestina a guida Francesco Rosato (ex direttore Ferriera, ex direttore Lucchini Italia, ex consulente semestrale del Comune, attualmente collaboratore di Arvedi e rinviato a giudizio per falso e smaltimento illecito di rifiuti speciali). Capitale sociale fideiussorio di 50.000 euro (cinquantamila euro). Nei servizi del maranza si impegnerebbe per investimenti di 172 milioni di euro, che notoriamente in 50.000 euro stanno 8 volte con il resto di due. Perdonateci la matematica ma abbiamo fatto il Classico e poi Lettere moderne.

Questi, piaccia o no, sono gli unici fatti che trovano conferma in tutto quel fumo giornalistico di questi giorni. Lo stesso piano industriale di Arvedi (?) - no maranza di Rosato - pare rimanga cosa presentata  “a grandi linee”. La continuazione dell’attività siderurgica, produzione di ghisa e carbon coke, legata ad una “valutazione” futura. Cioè se continuare a perdere dai tre ai quattro milioni di euro al mese sia un affare oppure no. I milioni, 25, che Arvedi (?) investirebbe su altoforno e cokeria, per altro notoriamente insufficienti a rimettere in piedi il tutto, dovrebbero essere coperti quasi in toto dai famosi 22 milioni di credito che la Lucchini prima, il commissario governativo, nonchè condannato a otto anni e sei mesi dal Tribunale di Taranto, Nardi poi non sono riusciti ad incassare da Elettra. E non stiamo giocando a Monopoli.

E poi le bonifiche. Il punto chiave di tutto questo fare e disfare di Accordi di Programma.

E’ chiaro a tutti, meno a quelli che non vogliono vedere o ascoltare, che l’Arvedi fin dall’inizio ha posto delle condizioni lapalissiane. Lui viene a Trieste a curarsi i propri affari ma i costi della messa in sicurezza, delle bonifiche e del raddoppio della banchina li pagano i cittadini: ovvero Stato, Regione o Comunità Europea, che per lui non fa differenza. Per questo nel primo miracoloso Accordo di Programma la parola “bonifiche” non compariva neppure per sbaglio.

Ora, a leggere il maranza, se ne dovrebbe occupare Invitalia, ovvero lo Stato, ma con i soldi di chi? Insomma chi paga i 120 e passa milioni necessari? In uno stato di diritto e per giunta membro dell’Unione Europea la legge lo dice, scrive e prescrive senza ombra di dubbio alcuno: chi ha inquinato! Ovvero la vecchia proprietà, che non è proprio composta da clochards ma dalle principali dodici banche italiane, ergo i soldini li hanno eccome. Oppure il nuovo compratore: dunque la Siderurgica Triestina di Rosato (vedete quante cose si possono fare con una fideiussione di 50.000 euro) perché chi compra, compra tutto, inquinamento compreso.

Ecco su tutto questo parlare noi, come Circolo Miani mettiamo un punto fermo, un fatto.

Abbiamo affidato ad uno studio legale europeo con uffici nella città dove ha sede la Commissione UE e con adeguata rappresentanza in Italia ed in Regione, il compito di vigilare attentamente perché non un centesimo del denaro pubblico, italiano od europeo poco importa, venga speso in violazione delle leggi per pagare oneri e responsabilità di terzi.

E proprio perché come a Poker il Bluff si va a vedere, vogliamo capire di che colore sono i “172 milioni di Arvedi”.

In quanto al contorno di verbi al condizionale che trasuda dalle pagine del piccolo giornale in merito: alle riunioni “semisegrete” di Rosato con i sindacati, in Ferriera; del fatto che già da ieri, primo settembre, sarebbe iniziata la gestione dello stabilimento da parte del Rosato stesso (ecco questo ci mancava: non è stato fatto nemmeno il preliminare e versata la caparra ma ti danno comunque le chiavi di casa e ti fanno cambiare, sempre il maranza a scrivere, pure il direttore della fabbrica). In quanto poi “ottemperare alle prescrizioni dell’AIA” la domanda al maranza sorge spontanea. Quale Autorizzazione Integrata Ambientale? Quella precedente è scaduta da tempo e, come ha pubblicamente, dalle stesse pagine del piccolo giornale sulle quali opera “l’inviato a Roma”, rilevato il Sostituto Procuratore Frezza senza per altro dar seguito ad iniziative giudiziarie, le sue prescrizioni, talmente generiche e confuse (sono sempre parole di Frezza) non sono state applicate. Ergo la Ferriera dovrebbe stare ferma, ma così non è. E la nuova AIA è di là da venire perché ancora manca una proprietà certa (la vecchia è in procedura fallimentare).

Ultimissimo fatto. Se partono i lavori della Piattaforma Logistica (entro trenta giorni) come annunciato dall’Autorità Portuale, chi paga lo sgombero delle centinaia di migliaia di tonnellate accumulate nella discarica, abusiva, di “Punta Loppa”, si la “collinetta della vergogna” allo Scalo Legnami formata sotto il naso, gli occhi evidentemente li tenevano chiusi, dei controllori pubblici con i rifiuti “speciali” negli anni in cui anche Rosato dirigeva lo stabilimento? E fanno come minimo dieci milioncini di euro in più. E poi chi paga lo spostamento delle pompe a mare di Altoforno e Cokeria che in quel pezzo di costa sono piazzate?.

Una risposta, please, che il piatto piange.





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