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'L'Eco della Serva'
Fatti e misfatti della settimana

Ci siamo rotti i "cabasisi" montalbanamente parlando.
5G. Ma tutti a noi devono capitare i commenti dei seguaci di Leopold von Sacher-Masoch che anelano a mettere a repentaglio la loro salute ad occhi chiusi e per partito preso, per l'intelletto invece non corrono rischio alcuno:..
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Notizie Flash

Ferriera. Tre tromboni e due pifferi.
Ci hanno messo 22 anni per varare una soluzione che dal 2000 il Circolo Miani e Servola Respira avevano indicato, utilizzando allora i Fondi Europei disponibili per la bisogna e senza spendere una lira (si allora quella era la..
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Contenuti
*Circolo Miani
*Ferriera: le analisi della procura
*Questionario medico Ferriera

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Circolo Miani » News Correnti » Page 169

Ferriera. Non le gliene va bene una che è una.

» Inviato da valmaura il 28 August, 2015 alle 10:59 am

Dalle notizie circolanti, se ne è accorto pure il maranza, con il lutto al braccio nel dover riportare notizia dolorosa assai per Arvedi, sul piccolo giornale, pare che la questione della infausta, per le tasche di noi contribuenti, centrale di cogenerazione stia per arrivare al suo epilogo.

Ovvero il trasferimento degli impianti, armi e bagagli, in Gran Bretagna dove ha sede la proprietà. Qui resterebbero solo l’involucro, come una canocia vuota spiaggiata, e 24 persone senza più lavoro.

Ovviamente una nuova grana, e di prima grandezza, sul futuro della Ferriera intera, e non solo come il maranza cerca di alleggerire sulla’area a caldo, che per altro ha un consumo di energia elettrica abbastanza basso. Ma il problema riguarderebbe soprattutto il Laminatoio se e quando dovesse divenire operativo, che necessita invece di un forte consumo di Kilowatt.

Salirebbero così i costi, già fuori mercato – non bisogna dimenticare le dichiarazioni alla Procura dell’ultimo direttore della fabbrica targata Lucchini nelle quali ricordava che lo stabilimento perdeva da anni quasi tre milioni di euro al mese!-, per la produzione siderurgica e per i bilanci della Siderurgica Triestina e in particolare per la controllante Gruppo Arvedi che ha chiuso l’ultimo bilancio con passività per un miliardo e seicento milioni, di euro si intende.

Appare sempre più evidente che il rilascio dell’AIA da parte della Regione diviene un fatto dirimente per il futuro di Arvedi, perché senza questa Autorizzazione non potrebbe accedere ai cento milioni disposti dalla Banca Europea di Investimenti. E questo francamente non fa che aumentare sospetti ed illazioni sulle scelte della politica, viste le attuali condizioni degli impianti sostanzialmente ostative a quanto fissato dalla legge istitutiva per il rilascio delle Autorizzazioni Integrate Ambientali.

Ma passiamo a volo d’uccello ad altre due noterelle.

Cominciamo da quella più triste. L’amministrazione ha varato il consiglio comunale dei piccoli, da non confondersi con il mitico Corrierino che svolgeva divertendo funzioni educative-pedagogiche, nel diabolico tentativo di rovinare i nostri bimbi avvicinandoli prematuramente ad una politica che fa schifo oramai alla maggioranza degli anziani. Urgerebbe pronto intervento di Telefono Azzurro.

E passiamo a quella più amena.

Non riuscendo con i partiti, i sindacati confederali, il sindaco, stampa e Tivù, caso a parte, non siamo usi sparare sulle Croce Rossa, il vertice dell’Autorità Portuale, oggi ci provano con quel signore che dirige Trieste Libera a smantellare il successo dello sciopero e delle manifestazioni dei portuali. Pronuncia parole che neanche i peggiori commentatori hanno usato contro i manifestanti, anzi oggi sulla stampa perfino la triplice attua una goffa retromarcia nel tentativo di rivendicare meriti e risultati altrui, quasi a voler a tutti costi rinfocolare inutili divisioni, utili per la verità ad altri, e lo scrivo da osservatore esterno.

Perché dunque?

E’ un caso umano o dietro ci sta qualcosa che almeno noi non riusciamo a capire?

Qualcuno può spiegarcelo per favore?




La disavventura di un povero cane (e del suo padrone).

» Inviato da valmaura il 23 August, 2015 alle 11:07 am

Prologo.

Ho sempre avuto animali domestici dall’età di cinque anni in su, francamente di prima non ho memoria.

Il mio (oddio si fa per dire) primo cane è stato un bracco tedesco, di una cucciolata abbandonata dai proprietari nazisti in quel di Fossalon o Grado. Insomma in una locanda-trattoria: allora, fine anni ’50, si chiamavano così.

Da allora la vita senza un cane mi è sempre stata impensabile.

In febbraio di quest’anno si è spenta serenamente in casa la mia Lara, un bracco tedesco, anche lei, grigionero.

Ho subito deciso di adottare un altro cane e possibilmente della stessa razza, perché a sessantadue anni volevo andare sul sicuro: un animale affettuoso e socievole.

Lo trovo rispondendo a vari annunci. Viene però da lontano, anzi dalla parte opposta dello Stivale: Reggio Calabria.

Arriva, tra qualche difficoltà logistica, già microcippato. Ovvero tra le altre cose la signora del rifugio calabrese lo ha già dotato di quel congegno che, inserito sotto la pelle, dovrebbe – e perché uso il condizionale? Tra poco lo capirete – permettere l’identificazione del proprietario in caso di smarrimento o peggio di abbandono.

Mi informano che appena arriva il certificato della Regione Calabria di passaggio di proprietà devo, pena salatissima multa (trecento euro), correre ad iscriverlo entro dieci giorni all’anagrafe canina del mio comune: Trieste.

Scena prima.

Finalmente con alcuni mesi di burocrazia arriva il documento calabrese. Mi informo al nostro Comune e mi spiegano che le pratiche per l’iscrizione si fanno in via Punta del Forno.

Ci vado con copia dei documenti della Regione Calabria. Tutto a posto mi dice una gentile impiegata ma dovrei però compilare due righette di un modulo per la richiesta di iscrizione all’anagrafe triestina. E loro purtroppo non ce l’hanno. Ergo mi indirizza all’ufficio comunale dell’URP (sul momento ho pensato che avesse una digestione lenta poi ho compreso che era l’acronimo di Ufficio Relazioni con il Pubblico) per ritirare il modulo e già che c’ero fare una fotocopia della mia carta d’identità. Poi ripresentarmi da loro per consegnare il tutto.

Mentre ci vado, all’URP, penso alla balzana richiesta della copia della carta d’identità richiesta dal Comune che le emette, alla faccia dei quattro decreti Bassanini. Ma non so ancora cosa mi aspetta.

Scena seconda.

Entro all’URP, spiego perché sono lì e chiedo il modulo. Un impiegato, gentile anche lui, mi informa che senza prendere carta alcuna e tornare in via Punta del Forno, posso salire al primo piano dell’Ufficio Zoofilo del Comune, in via Muda Vecchia, è fare in un minuto tutto lì.

Fuori fanno trentasei gradi all’ombra e sono le tre del pomeriggio di un giorno da cani.

Scena terza.

Arrivo all’Ufficio zoofilo e qui vengo a sapere che grazie ad una norma della nostra Serracchiani, ora la Regione, ed il Comune si suppone, pretende che il cane sia visitato da un veterinario di fiducia che, alla modica cifra di una cinquantina di euro, rilasci un certificato che confermi la corrispondenza tra il numero del microchip installato sul cane e quello scritto su carta dalla Regione Calabria, ufficio veterinario. Solo dopo potrò continuare la trafila per l’iscrizione del mio cane all’anagrafe triestina.

Discutiamo per altro del fatto, sconosciuto ai più, che il microchip non serve una mazza, ovvero funziona solo nella regione di emissione. Perché, udite udite, non c’è una anagrafe canina nazionale.

Ovvero se perdi il cane in Veneto, o in Trentino, tanto per restare stretti, non riescono a risalire ai proprietari. Ma, mi riferisce la funzionaria, “stanno lavorando”. A posto stiamo.

E dicendo ciò mi affibbia copia delle norme regionali, sconosciute per altro all’URP e nel primo ufficio (vedi scena prima). Nel salutarmi dice alla collega che andrà a dire due paroline al personale dell’URP che manda loro del lavoro supplementare.

Scena quarta.

Rientro all’URP. Mi invento una scusa qualunque e mi faccio dare il modulo. Lo compilo, faccio una fotocopia della carta d’identità. Saluto e ritorno in via Punta del Forno. Consegno fiducioso il tutto. E la fiducia è ben riposta. Tutti ignorano le norme serracchianine e prendono l’iscrizione con documentazione allegata.

Morale. Questo è il Comune di Trieste.




Finalmente realizzato il TLT a Trieste.

» Inviato da valmaura il 21 August, 2015 alle 11:39 am

Almeno in un campo, quello giudiziario.

L’obbligatorietà dell’azione penale è uno dei cardini dell’ordinamento giudiziario italiano.

Significa che la magistratura, in particolare quella inquirente (le Procure), devono aprire fascicoli d’indagine e chiedere il rinvio a giudizio e/o mandati d’arresto, ogniqualvolta vengono a conoscenza direttamente (attraverso denunce) o indirettamente (notitia criminis, ad esempio anche dalla stampa), del compimento di reati.

Dunque la legge non stabilisce alcun spazio ad ipotesi di discrezionalità o a valutazioni di opportunità ed a maggior tutela dell’azione giudicante stabilisce che essa sia indipendente, ovvero non sottoposta ad alcun controllo o indirizzo politico.

Poi certo, in un Paese dove circa il 40% dei processi e delle indagini giudiziarie finisce in prescrizione, ovvero i reati vengono cancellati dal superamento dei tempi previsti dal legislatore per il loro accertamento e sanzione, buonsenso vorrebbe che la magistratura desse la precedenza a perseguire e condannare quelli di maggior pericolosità e danno per la società.

Dunque entrando nel concreto di Trieste, crediamo che eventuali “massaggiatrici” orientali a pagamento siano meno pericolose della banda dei ladri albanesi che svaligiavano serialmente le case sul Carso rimessa in libertà per scadenza dei termini. Oppure perseguire reati come l’omicidio, lo spaccio di droghe, le violenze personali in particolare sulle donne, le rapine sia più urgente che dirimere vicende automobilistiche o condominiali.

E in particolare perseguire chi, nonostante le ripetute denunce e perizie, provoca malattie e morti tra lavoratori e cittadini e continua indisturbato a farlo, dovrebbe essere impegno prioritario per chi svolge la funzione inquirente.

Ed invece no. In tutta Italia e Regione, vedi tribunali di Udine e Gorizia, si indagano e si giudicano, colpevoli, i protagonisti di questi reati ed invece a Trieste questo non avviene, o non ancora.

Ma gli 83 lavoratori della Ferriera deceduti tra il 2000 ed il 2012 per malattie in cui il nesso di causalità viene strettamente dimostrato da una accurata perizia dell’Azienda Sanitaria triestina con il lavoro svolto nello stabilimento, hanno diritto, ovvero i loro familiari, ad ottenere finalmente giustizia?

Ed i tanti cittadini di Trieste e Muggia colpiti da medesime situazioni?

Certo per questi ultimi ci dovrebbero essere controlli analoghi a quelli fatti sui lavoratori per provarlo. Fatti da chi?

Ma caspita dagli enti a cui la legge affida questo compito, ed ognuno per la parte che gli compete. Dunque dai Sindaci (di Trieste e, ce ne dimentichiamo sempre, Muggia che per di più è pure medico di base) nella loro qualità di Ufficiali Sanitari dei loro territori, dalla Regione e finanche dalla Provincia per le competenze che le leggi, Europee ed italiane, affidano loro. Dall’Arpa e dalle Aziende Sanitarie per i controlli di loro spettanza.

Sono stati fatti questi controlli ed in modo efficace?

Noi abbiamo molti motivi per ritenere di no, almeno a partire dal 1998.

E di questa idea pareva essere pure il Procuratore Capo precedente l’attuale Mastelloni, quando per due estati consecutive annunciò in interviste agostane a piena pagina sul piccolo giornale che presso il suo ufficio era aperto un fascicolo di indagine proprio sui “mancati controlli dei controllori”. Sono passati quattro anni da allora, è lecito domandarsi che fine hanno fatto quelle indagini così strombazzate sulla stampa locale?

Già perché qui non si parla della eventuale pericolosità di qualche segaiolo o di qualche massaggio a luci rosse, o di parcheggi in seconda fila, ma della salute, della vita, e della morte purtroppo, di migliaia di persone e del diritto violato ad una qualità della vita accettabile di mezza provincia in aperto dispregio degli articoli 32 e 41 della nostra Costituzione e ignorando sentenze importanti della stessa Corte costituzionale.

Dunque se ad una precisa domanda di uno dei cento e passa cittadini accalcatisi nella sede del Circolo Miani, quella che l’Ater di nomina PD vuole così pervicacemente cancellare, nonostante la totale censura della stampa locale, l’allora Procuratore Capo aggiunto di Udine rispose “che si la legge è uguale per tutti, a Udine come a Trieste (si riferiva al raffronto postogli tra il sequestro e la chiusura della Caffaro, ex Snia, di Torviscosa e la Ferriera di Trieste) ma i magistrati che la applicano no” e dunque invitava i presenti a porre la domanda ai suoi colleghi di Trieste.

Ebbene allora noi accettiamo quel saggio quanto autorevole suggerimento e domandiamo alla Procura di Trieste, senza scomodare Cicerone: fino a quando dovremo sopportare questa situazione, che oltre a danneggiare la nostra vita abusa pure oltre ogni limite della nostra pazienza?




Una e-mail ti ucciderà, e prima della Ferriera!

» Inviato da valmaura il 14 August, 2015 alle 11:31 am

Ore 14,40 telefono al centralino del Comune per farmi passare il settore della Polizia municipale che si occupa dell’emergenza ambientale. Il centralinista mi da un numero perché loro non sono collegati, stanno in viale Miramare, con il centralino. Chiedo mi venga passata la segreteria del comandante Abate. Mi risponde la consueta collaboratrice che mi consiglia di chiamare non il numero diretto fornitomi dal centralino ma lo 040.366111, così rimane traccia registrata, “a mia tutela” aggiunge, della chiamata e mi suggerisce di parlare con la “tenente Del Bufalo” responsabile ed in servizio in quel momento.

Seguo il consiglio ma chi risponde allo 040.366111, registra si la chiamata “a mia tutela” ma ribadisce che non può passare l’interno dei colleghi dell’ambientale. Ritorno al punto di partenza e chiamo il diretto, stavolta senza registrazione e dunque si presume a “mio rischio e pericolo”.

Risponde l’ufficiale Del Bufalo. Le spiego cosa succede, una forte perdita dall’Altoforno, più forte di quelle che da mesi regala a lavoratori e cittadini, del letale gas, che appunto è letale. Sollecito un suo intervento in loco, e le spiego che dal Circolo Miani, sul tetto di via Valmaura, si vede benissimo il tutto. Tanto che spesso viene scelto da cameramen e fotografi, anche della Procura, per le riprese.

Mi risponde che il fatto si può vedere tranquillamente anche da altro punto senza venire al Circolo. Mi guardo alla specchio e temo di essermi trasformato in un satiro violentatore dalla voce particolarmente lubrica. Mi permetto di insistere e le chiedo di avvertire ed invitare pure i tecnici dell’Arpa. Non risponde e non capisco francamente se intende uscire o no.

A questo punto provo a chiamare la Questura per cercare di far intervenire una Volante. Non trovando il funzionario mi faccio dare almeno i numeri dell’Arpa di Palmanova (la direzione) e di Trieste. Chiamo. I numeri sono inesistenti! Perfetto.

Allora chiamo il centralino della Regione che mi da i nuovi, mica tanto, numeri, che però non sono ancora in possesso della Questura né compaiono sulla guida telefonica.

Chiamo subito mentre guardo sconsolato quanto incazzato le folate di gas uscire da oltre un’ora.

I due centralini non rispondono. Ovvero dopo due normali squilli scatta il segnale anomalo di occupato.- linea staccata. Chiamo allora la segreteria dell’assessore all’Ambiente in Regione: una infastidita segretaria mi dice che i numeri potevo cercarmeli da soli sul sito internet della Regione. La nuova legge prescrive infatti che ogni cittadino deve essere munito di regolare computer al seguito.

Alla fine con gran fatica me li legge. Sono gli stessi che cadono al secondo squillo, glielo riferisco e la invito a provare lei. Mi liquida su due piedi dicendo che non ha tempo da perdere. Lei che se lo vede retribuito dal nostro denaro. Io invece … Mi viene un’idea, siccome ho un diretto del vicedirettore a Palmanova vuoi vedere che se non dovesse rispondere magari la linea ricade sul centralino?  Così accade infatti e riesco a farmi collegare con l’Arpa di Trieste.

Il centralinista, cortesissimo, mi conferma che fino a quel momento non avevano ricevuto alcuna chiamata dalla Polizia municipale (Del Bufalo o altri) e mi passa il tecnico di servizio, Pellegrini. Un saluto, una rapida spiegazione, la conferma che nessuna chiamata era pervenuta dai Vigili Urbani e dieci minuti dopo, assieme ad un collega, è qui al Circolo.

Verifica e constata l’abbondante fuoriuscita di gas, letale, dall’Altoforno. Nel frattempo chiamo la segreteria del comandante della Polizia municipale perché ringrazino la tenente Del Bufalo. Passano cinque minuti e squilla il telefono ed ho il sommo dispiacere di parlare con l’ufficiale in questione. Dal tono della voce si intuisce la sua incazzatura.

Mi dice che dal suo ufficio, dunque non si è mossa, ha inviato due e-mail. Perbacco!

Una all’area ambiente del Comune, immagino intenda l’efficiente Laureni, e la seconda all’Arpa. Telefonate? Nemmeno una. Le consiglio, se mai domani la sua casa prendesse fuoco, di spedire una e-mail ai vigili del fuoco e … attendere fiduciosa. All’Arpa infatti mi confermano sorridendo che loro non stanno tutto il giorno davanti al computer. Ma va?

Forse la polizia ambientale del Comune potrebbe benissimo essere sostituita da un ufficio statistiche e spedizioni postali. Insomma un computer e via, giusto per permettere al sunnominato assessore, no, non fatemi riscrivere il suo nome una seconda volta che sono tanticchia superstizioso, di fornire i soliti numeri sulle chiamate ricevute.

Morale della favola? D’ora in poi non chiamate il 113 o il 118 in caso di violenze, stupri, rapine, coccoloni o quant’altro, mandate una e-mail ed attendete fiduciosi.

Come diceva Abatantuono, sergente Lorusso di Mediterraneo?  “Chi vive sperando muore cagando”. E vai!




Daltonico.

» Inviato da valmaura il 11 August, 2015 alle 11:45 am

Fiammante. Con il fondo dipinto di un verde pallido che ben si inserisce nel contesto del colle

servolano. E con le strisce bianche che definiscono sia il campo di pallacanestro sia quello di pallamano per una doppia funzione che potrebbe rivelarsi molto utile nel tempo. Servola ha di

nuovo il suo impianto all’aperto per il basket.”

Grandissimo poeta l’Ugo Salvini sul piccolo giornale di oggi, altro che Carducci, Pascoli e Leopardi: dei dilettanti al suo cospetto.

Sarà che la poesia deve supplire alla mancanza di gente all’inaugurazione cosoliniana, ma c’era mezza Giunta comunale e la squadra di basket al completo.

Ma forse il fondo nero meglio si adattava al “contesto servolano”. Ed in quanto al “bianco delle strisce” ne riparliamo tra un due mesetti.

Buona partita e ad un centinaio di metri di distanza c’è un altro campo di pallacanestro all’aperto, quello del ricreatorio comunale che ha anche due biliardini …

I biliardini del Gentilli.
Può un calciobalilla, insomma un biliardino, diventare simbolo di qualcosa?

Ebbene domenica scorsa a Trieste, anzi a Servola, meglio sotto il porticato del Ricreatorio comunale “Gentilli” è successo.

A prima vista sembrano i due soliti calciobalilla sistemati come sempre sotto un portico, dove immagini le mani di decine, anzi centinaia, 300 e passa per l’esattezza, bambini, che ne impugnano le manopole, buttano la pallina, fanno la ruota con le stecche, gridano, ridono: in una parola sola, giocano.

Ma se li guardi meglio, come fanno alcune delle centocinquanta persone, 154 per l’esattezza, che in una domenica mattina dal clima agostano hanno scelto di partecipare all’assemblea contro l’inquinamento prodotto dalla Ferriera, capisci che quei biliardini raccontano molto altro.

Sembrano vecchissimi, reduci da decine d’anni d’uso sfrenato, e invece sono seminuovi ma con la ruggine che ha ricoperto e corroso le stecche di metallo brillante, perfino le figurine di plastica bleu e rosse, i calciatori per finta, sono corrosi, macchiati di bruno, intarsiati di granuli neri.

Provi a far scorrere la pallina sulla superficie vetrata, il campo a specchio dipinto di verde, e questa praticamente non si muove, fatti pochi centimetri resta incollata, frenata da un pulviscolo grasso. Metti un dito sui bordi laterali che dovrebbero essere bianchi, quelli per intenderci dove i più bravi usano “far sponda” e fregarti l’avversario con quei goal che sembrano un boato, lo fai scorrere e te lo rimiri totalmente nero, mentre una scia grigiastra si apre sul bordo appena toccato.

Ti volti e senti il personale del ricreatorio spiegare a voce alta che li puliscono (i calciobalilla) due volte a settimana ma che questo è il risultato, e poi aggiungono che ogni volta che sentono “la Puzza”, praticamente ogni giorno, hanno disposizioni di rinchiudere i bambini al coperto, vietare il gioco all’aperto, chiudere porte e finestre!

Abbandonare i biliardini al loro destino: giocare con la morte.





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