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Circolo Miani » News Correnti » Page 169

Biancaneve ed i sette nani.

» Inviato da valmaura il 22 February, 2014 alle 11:42 am

Ecco, scorrendo la composizione del nuovo Governo Renzi chissà perché ci è venuto in mente un episodio del 1972, verificatosi proprio qui a Trieste.

Si trattava dell’inaugurazione ufficiale della Risiera quale Monumento Nazionale ed era prevista la presenza dell’allora Capo dello Stato, il DC Giovanni Leone, poi dimessosi da Presidente della Repubblica perché travolto dal caso “Antilope Cobbler”, lo scandalone sulle tangenti pagate dagli Americani al Ministro della Difesa, se non ricordiamo male il socialdemocratico Tanassi, e ad altri politici di governo, per favorire l’acquisto di carissimi e superati aerei militari. Un po’ come oggi per i Supercaccia F35.

Ma torniamo all’arrivo del Presidente Leone alla Risiera. Fuori in strada, dietro un cordone di poliziotti, c’erano alcune centinaia di contestatori guidati da Ugo Poli, allora segretario della FGCI (non la Lega Calcio ma la Federazione Giovanile Comunista), tra questi una numerosa presenza di studenti del Liceo Petrarca con Maurizio Fogar. Bellissime le foto allora fatte dal dilettante ma bravo Maurizio Pantò. Orbene quando il Presidente Leone arrivò a piedi, circondato da sette, si proprio sette, agenti della scorta personale e si accinse a varcare l’ingresso della Risiera, ci fu un momento di silenzio tra le urla di protesta, subito rotto da un commento di Fogar: “Ooh Biancaneve ed i sette nani”. Ed infatti il Capo dello Stato, non proprio alto di statura, più basso di Berlusconi per intendersi, insomma quasi come Brunetta, si circondava di agenti di polizia più bassi di lui per poter “emergere”.

Ecco il Governo Renzi questo ci sembra, al di là di ogni altra considerazione politica. Un Governo fatto su misura, ad uso e consumo, del Presidente del Consiglio.

Resta un aspetto però chiaro fin da subito. L’errore di un segretario di partito, e qui poi di quello maggiore: il PD, di ricoprire al contempo anche la carica di Capo del Governo nel quale per giunta ha inserito altri esponenti della sua segreteria nazionale. Si chiama “appiattimento del partito sul Governo” ed è il rischio numero uno da evitare, perché significa togliere al partito, qualunque esso sia ma in questo caso soprattutto al PD, ogni autonomia di critica all’operato dell’Esecutivo.

Fu un azzardo sempre pagato in passato a caro prezzo da altri, per esempio il PRI nel 1983, che dopo la Presidenza Spadolini e il travolgente successo alle seguenti elezioni politiche (raddoppiò i voti superando in un botto solo il 5%, quando gli spostamenti allora si contavano in 0.2 - 0.4%) decise di partecipare al Governo Craxi inserendo Giovanni Spadolini (Segretario PRI, alla Difesa), Bruno Visentini (Presidente del Partito, alle Finanze) ed Oscar Mammì al dicastero dei Rapporti con il Parlamento. Insomma con i tre “Big” del Partito dell’Edera in tre ministeri chiave del Governo. Allora inutilmente in Direzione del PRI alcuni, come Fogar, si opposero a questa scelta denunciando proprio la perdita di libertà d’azione e di intervento critico a cui il partito si condannava, foriero di sicuri insuccessi. Cosa che poi matematicamente avvenne nelle successive elezioni politiche dove il PRI perse quasi il 3% dei suoi voti.

Insomma così a naso, Berlusconi e Beppe Grillo ringraziano. Peccato poi per la Bonino, non se lo meritava. E sempre così a peso, in Europa conteremo molto ma molto di meno, se mai fosse possibile.

Ma torniamo nella nostra infelice realtà locale. Oggi sulla rubrichetta dedicata dal piccolo giornale “All’aria che respiriamo” si leggono per ieri i seguenti dati sulle polveri sottili (comunicati e pubblicati sul sito Regione FVG dall’ARPA come ricorda il giornalino): Centralina di via del Carpineto PM10 18.7, via Svevo 15 e Piazza Libertà 14.  E allora?

Bene i dati veri, quanto poi bisognerebbe chiederlo al direttore Daris, erano invece questi: via del Carpineto 41, via Svevo ND (quindi come pacificamente ammesso e scritto dallo stesso Daris “anormalmente” altissimi e appunto sostituiti dall’ARPA triestina con la sigla Non Disponibili), piazza Libertà 48. Insomma i numeri scritti sul piccolo giornale, a cui proporremmo di sostituire la testata con il più adatto nome “Il Lotto”, sono buoni tuttalpiù per giocarseli appunto al lotto. Terno secco e passa la paura e magari si vince qualcosa.

A proposito mentre la centralina di via San Lorenzo superava i limiti di legge (54 di PM10) i dati di quelle di via Pitacco e Muggia, sempre secondo l’ARPA, erano guarda caso ND.

Il medico Nesladek, incidentalmente e speriamo ancora per poco sindaco di Muggia, tace come sempre?

Dunque …..

Buon caffè a tutti.

Per capire a cosa è ridotta oggi Trieste basta dare una veloce scorsa, non ci vuole molto ve lo rassicuriamo, alle pagine di quel piccolo giornale che la città ha la sventura di avere per quotidiano.

Si comincia da due articoli curati dalla Paola Bolis, consorte dell’ex capocronista noto per aver intervistato il Lucchini a tutta pagina con il trionfale annuncio (era il terzo per la verità) dell’apertura del Laminatoio in Ferriera, altri tempi ed altre balle.

Tutto un dire e non dire per non far capire che l’Autorità Portuale, con 14 voti contro 4 (Regione, Provincia e Comuni di Trieste e Muggia), ha ottenuto dal Ministero competente quello che voleva. In termini sportivi si definirebbe una netta vittoria della Monassi, che può non esserci  simpatica, ma questa è la realtà dei fatti: piaccia o non piaccia. E siccome alla P.B. ed al giornale di area PD sul quale scrive non piace, si occupa una mezza pagina per non far capire quello che è accaduto e si rincula definendolo una avanzata.

Le fa eco il Peroni, che delusione questo “tecnico” quando troppo spesso assurge ad un ruolo che suo non è, che si intestardisce in polemiche senza senso e costrutto. Cita ad esempio e conferma l’operato del Prefetto Garufi che, nelle due colonne a fianco, dice esattamente il contrario ed anzi descrive benissimo le responsabilità gravi ed ultraventennali di una classe politica, tutta, che ha fatto del porto una guerra per bande. Forse un pensierino a candidarla a Sindaco di Trieste nel 2016 non sarebbe una cattiva idea, sempre che sia disponibile.

E non poteva mancare la voce della trimurti sindacale che chiede conto al commissario (anche della Ferriera) Nardi del mancato arrivo del “combustibile” per far funzionare gli impianti dello stabilimento, di cui i due terzi chiudono al 25 febbraio. Basta questo per dare impietosamente un giudizio su capacità e responsabilità dei sindacalisti in questa, triste anche per i lavoratori, vicenda.

Sarebbe come chiedere ad un pedone perché non è andato al distributore con una tanica a prendersi la benzina, che non abbia auto o moto non fa testo.

Per il resto calma piatta, con la solita paginona dedicata al zazzeruto Cristicchi, ed alle polemiche alla Peroni tra il presule (padre Lombardi, il “microfono di Dio” dei tempi della Guerra Fredda, sembrava Lenin al suo confronto, figurarsi Papa Francesco) ed il sindaco.

Unica cosa leggibilmente apprezzabile è una lettera nelle Segnalazioni dei lettori, sul non operato della Serracchiani.

Tutto qui, avete mescolato lo zucchero nella tazzina? Bene buon caffè a tutti.




Ferriera. Gli “esperti” parte seconda.

» Inviato da valmaura il 8 February, 2014 alle 2:12 pm

Salvare le banche e non far pagare loro il costo delle bonifiche sito Ferriera, addebitandone il conto, 125 milioni di euro (115 più i 10 per la collina della vergogna e della menzogna), ai cittadini.

Questo il nodo centrale del fumoso “accordo di programma”, oltre a cercare di salvare le terga di una classe dirigente triestina (politica, industriale, sindacale) irresponsabile e colpevole per avere perso tredici anni (è dal 2001 che la proprietà aveva annunciato la sua volontà di chiudere la Ferriera e sottoscritto con il Governo di allora un protocollo in questo senso).

Tutto il resto sono chiacchiere e regolamenti di conti tra bande che gestiscono il sottopotere locale.

Perché le banche? Perché i dodici principali istituti bancari italiani, a partire da Unicredit ed Intesa, sono gli ultimi proprietari della defunta Lucchini-Severstal, e pertanto hanno l’obbligo di legge di pagare i costi del disinquinamento. E’ così semplice, dunque lo si scriva pure negli accordi e nel bando di vendita del Nardi: chi compra paga, oltre a tutto il resto, i 125 milioni, e se non si trova il folle di turno la somma viene addebitata alla proprietà uscente. Tertium non datur.

Ma non per la politica, vedi l’incredibile articolo del decreto del “Fare” del Governo Letta, proposto non a caso dal Ministro Zanonato, uno dei firmatari dello sciagurato “Accordo di programma”, che vuole scaricare i costi delle bonifiche dei Siti Inquinati di Interesse Nazionale sulle tasche dei cittadini violando spudoratamente il principio europeo ed italiano della legge “Chi inquina paga”.

Insomma i grandi gruppi industrial-speculativi si sono fatti i loro affaracci, hanno straguadagnato sulla pelle di lavoratori e cittadini, hanno devastato ed inquinato il nostro Belpaese, ammazzato direttamente o indirettamente migliaia e migliaia di persone, bambini compresi, ed ora la fanno franca grazie alla politica, non dovendo pagare nemmeno il ripristino dei siti da loro inquinati..

Ed è per questo che nell’accordo firmato per Trieste non viene mai menzionato il tema delle bonifiche ma si parla tuttalpiù solo della “messa in sicurezza” del sito omettendo poi di spiegare a cosa possa servire se non seguono appunto le bonifiche.

Lo abbiamo scritto e detto per primi, noi i documenti li sappiamo leggere, basta rivedersi gli articoli sul nostro sito giornale www.circolomiani.it a partire da quello titolato “Le brutte addormentate”. Alla faccia del teatrino odierno dove c’è la corsa a smarcarsi ma senza ovviamente proporre niente, come se l’esistenza della Ferriera a Trieste fosse l’undicesimo comandamento delle tavole di Mosè.

Ed il sindaco che strepita contro i sabotatori che complottano contro gli interessi dei lavoratori, ai quali in realtà e giustamente interessa solo non perdere il lavoro e se non è in Ferriera sono molto ma molto più contenti, e tutta Trieste. Ora è dal 1998 che una parte rilevante della città, alla quale modestamente il Circolo Miani e Servola Respira in piena solitudine hanno dato voce e rappresentanza reale in tutti questi anni, reclama a gran voce la chiusura della Ferriera, ma anche la copertura delle immonde vasche del depuratore fognario a cielo aperto in centro città (fuorilegge da undici anni!), oppure la bonifica dell’amianto di tutta la zona costiera-portuale o della bomba alla diossina del vecchio inceneritore abbandonato nel pieno degrado a pochi passi da dove centinaia di ragazzini fanno attività sportive, a partire dal pattinaggio Jolly, o vanno a scuola.

A parte questo il sindaco dalla memoria corta non ricorda il sondaggio (è la politica che vive di questi strumenti, no?) fatto dalla SWG, l’azienda di famiglia del PD i cui vertici gli sono compagni di partito, dove risultava che i due terzi degli abitanti della nostra provincia volevano la Ferriera chiusa ieri. Ed allora di quali interessi della città sta parlando un sindaco eletto con il voto del 27 % degli elettori? E se è per la Serracchiani è andata anche peggio, visto che complessivamente quasi il 60% dei triestini (per l’esattezza il 59%) non ha votato alle ultime regionali di pochi mesi fa, e non ha votato nemmeno per i grillini tanto per essere chiari.

E questi sono gli “esperti” che si sbranano sui ring televisivi e non, come vecchi pugili suonati, o che pretendono di spiegare all’opinione pubblica quello che loro per primi non conoscono se non per vago orecchiamento o sentito dire: oggi sul piccolo giornale in trincea è tornato il Rauber a farsi massacrare.




Ferriera. Gli “esperti”.

» Inviato da valmaura il 7 February, 2014 alle 10:41 am

Avanti un altro/a, o se preferite “fuori uno, due, ecc.”, al piccolo giornale dopo i maranza, i Rauber, i Garau, le Ziani di turno al fronte, come nella mattanza di Verdun, è la volta della Paola Bolis in Gon. E “l’esperta” di turno comincia bene “La società detenuta al 100% da Lucchini”, quando anche i sassi dovrebbero sapere che dal 2002 la famiglia Lucchini aveva venduto prima il 72%, poi l’82 ed infine il 100% delle azioni alla multinazionale russa Severstal, e che della Lucchini era rimasto solo lo sbiadito nome, infangato da centinaia di milioni di debiti, poi 1 miliardo e 200 milioni, tanto che le banche , dodici, creditrici avevano due anni fa estromesso il consiglio di amministrazione, composto dagli uomini di Mordashov, il “magnate” della Severstal, e lo avevano sostituito con propri fiduciari, fino a consegnare i libri in Tribunale ed avviare la procedura fallimentare. Da qui appunto la nomina di un Commissario liquidatore indicato dall’allora Governo Monti (ministro Passera), il Nardi per l’appunto.

Secondo “esperto”, ovvero lui, il Nardi in persona che se ne esce con questa frase, sempre ospitato nelle pagine del piccolo giornale curate dall’esperta numero Uno: “Comunque un’attività (lo sgombero delle centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali a Punta Loppa) non dovuta, in quanto questi materiali, e più in generale tutti i cumuli, erano già presenti al momento del subentro della società nella concessione demaniale». E insomma, i costi di smaltimento non sarebbero a carico di Lucchini. Chiosa a ossequiente commento l’esperta numero Uno. Una balla bella e buona sparata a casaccio dal Nardi, tanto se va va, e subito rilanciata dal giornale senza alcun controllo o verifica, che nei corsi di giornalismo per l’assunzione al piccolo giornale è peccato mortale.

Insomma la montagnola si è formata perché quei birbanti dei residenti in via Capodistria e Baiamonti entravano di nascosto a versarvi i loro rifiuti domestici per non pagare la Tarsu.

La collina della vergogna invece è opera proprio della gestione Lucchini-Severstal, altro che balle.




Le brutte addormentate.

» Inviato da valmaura il 5 February, 2014 alle 10:53 am

Perché belli fisicamente proprio non sono, causa l’avara natura.

Incredibile, senza un filo di pudore, scoprono oggi, solo oggi, l’esistenza di quella vasta area, pari ad otto campi di calcio, che ha visibilmente modificato la linea della costa (vedere foto da satellite) interrando il Vallone di Muggia con una collina alta venti e passa metri, a base di loppa e scarti di lavorazione (rifiuti “speciali”) della Ferriera. Chi lavorava e lavora nello stabilimento la chiama familiarmente “Punta Loppa”.

Dove erano il Piero Rauber, i Maranza, le Ziani, i Garau del piccolo giornale quando dieci anni e passa fa il Circolo Miani denunciava inutilmente il pericoloso scempio, anche in Procura?

Distratti o censori, fatto sta che hanno sempre volutamente ignorato le conferenze stampa, i comunicati, le manifestazioni dove il Circolo Miani e Servola Respira denunciavano pubblicamente le responsabilità dei vertici aziendali (il Rosato in primis) e dei controllori che omettevano di fare i controlli, e la lista è lunga assai e comprende: Capitaneria di Porto – vero Bon? -, l’Autorità Portuale, l’ARPA, l’ASS, la Regione, la Provincia, i Comuni di Trieste e Muggia (il Nesladek medico di base che della Ferriera e del suo inquinamento non voleva parlare), e buona ultima la Procura di Trieste che oramai ha fatto arrivare la prescrizione alle porte, impegnata com’era a perseguire gli undici cittadini rimasti per 16 ore nell’aula vuota e deserta del Consiglio comunale a denunciare questo ed altro.

Ed ora vergini sorprese a chiedersi come e dove sia sbucata quella illegale schifezza. E dobbiamo sentire il Vittorio Zollia, il cui accompagnamento coatto con i carabinieri in un’aula di Tribunale fu ordinato dal giudice del primo processo contro i vertici della Ferriera (Lucchini e sempre Rosato), quando dirigeva l’assessorato regionale all’Ambiente, dare oggi lezioni di legalità ed etica giurisprudenziale. Ma fateci il piacere.

Dopo questo ennesimo episodio di “professionalità” giornalistica passiamo a cose più serie.

Arvedi, e per lui ripetutamente l’onnipresente Rosato, hanno dichiarato fin da subito che erano disponibili a rilevare la Ferriera di Trieste a ben precise condizioni che qui sinteticamente riassumiamo.

Un primo affitto di ramo d’azienda per un periodo medio di 12 mesi, e poi per l’acquisto si vedrà. L’indisponibilità a tirare fuori anche solo un centesimo per qualsiasi operazione di bonifica, idem dicasi per l’asporto delle immani discariche abusive di rifiuti speciali create negli ultimi anni nello stabilimento (sotto gli occhi chiusi di assessori all’ambiente modello Laureni quello “che conosce la Ferriera meglio di tutti”, sono parole sue, e di tutti quanti dell’elenco sopra citato), e quantificate pure dalla pubblica confessione (ma Rauber, Maranza e company non leggono nemmeno quello che scrive un mese fa il giornale per cui lavorano) del solito Rosato sul piccolo giornale. Che il pubblico denaro (Stato, Regione o chi per loro) paghi la messa in sicurezza del lato mare ed il raddoppio del porto privato della Ferriera. Che il nuovo soggetto Arverdi possa partecipare al business del Cip6 sull’energia elettrica venduta a costi fortemente maggiorati (pagati ovviamente dai cittadini).

Detto questo poi si vedrà cosa Arvedi farà, fa pure rima.

Ora il pluridecorato e decantato “Accordo di Programma” non accoglie una che è una, neanche mezza per la verità, di queste “originali” richieste dell’eventuale affittuario di Cremona.

Non solo, escludendo in partenza la possibilità di affittare la Ferriera, quantifica in circa 23 milioni, non 18 Rauber, cambiare pallottoliere please, quello che solo per firmare il contratto d’acquisto l’Arvedi, o chi per lui, dovrebbe sborsare e solo per il primo anno perché certe voci di spesa si ripetono annualmente. Le riassumiamo in un amen: pagare l’asporto delle centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti “speciali” nelle apposite discariche (operazione costosissima), pagare i costi della depurazione, con costruzione di apposite vasche per il trattamento, delle falde acquifere inquinate, pagare i costi per sua parte della delimitazione e messa in sicurezza della costa, costruire depositi coperti per i parchi minerali, occuparsi del monitoraggio e della prevenzione sulle emissioni inquinanti nel territorio al di fuori dello stabilimento. Si tace del costo delle bonifiche (cento milioni di euro) per carità ma è ovvio che chi compra, compra tutto anche il terreno inquinato ed in quanto al Cip6 esso è decaduto per legge. Ci si dimentica, una svistina nella fretta di firmare in allegra compagnia di ministri e sottosegretari, della collinetta di “Punta Loppa”.

Poi chi compra deve ovviamente pagare i lavori di rifacimento ex novo di Altoforno e Cokeria (quantificati con inguaribile ottimismo dal duo Boscolo/Frezza in 15-16 milioni di euro), versare un milione e settecentomila di canone d’affitto annuo al demanio, e finalmente produrre in perdita di tre-quattro milioni al mese, oltre ovviamente a quanto fino a quel momento speso (occhio e croce una cinquantina di milioni anche perché bisogna pur pagare l’acquisto dell’area, più che degli impianti fatiscenti, alla vecchia proprietà).

Dunque difficile assai spiegare la giulività del sindacato e della politica. A meno che questo “accordo di programma” non serva solo ad assolvere quest’ultima dal non aver fatto nulla in 14 anni e a scaricare le responsabilità su chi non vuole comprare, ovvero sull’imprenditore suicida.

La soluzione realistica invece era da anni a portata di mano.

Far pagare tutte le bonifiche, per terra e mare e l’asporto, alla vecchia proprietà, come legge impone, fallita fin che si vuole ma riconducibile alle dodici principali banche italiane (da Unicredit ed Intesa a scendere), dunque solvibili ed in grado di far fronte ai costi totali. Rioccupare i dipendenti nelle opere di smantellamento degli impianti e di riconversione di tutta l’area verso una destinazione portuale, accogliendo le richieste fatte in questi anni, con annessi cospicui stanziamenti finanziari, avanzate da alcuni dei principali operatori portuali del mondo (Coreani del Sud e Cinesi), e utilizzando gli eventuali ingenti fondi europei creati a questo fine.

Perché non l’hanno fatto?

E una domanda che il piccolo giornale potrebbe rivolgere ai vari Serracchiani, Cosolini and company, ma sappiamo bene che mai lo farà.




Ferriera. Solo chiacchiere e distintivo (Robert De Niro/Al Capone ne “Gli intoccabili”).

» Inviato da valmaura il 26 January, 2014 alle 11:29 am

Il direttore (della Ferriera: Giuseppe Bonacina) mi ha riferito come il mandato conferitogli nell’assegnarli la direzione dello stabilimento nel 2012 fosse quello di chiudere l’attività produttiva che a tutt’oggi risulta in perdita (circa tre milioni al mese). A tal fine aveva dato mandato ai suoi collaboratori di predisporre un piano per lo spegnimento degli impianti e la contestuale messa in sicurezza degli stessi. … E’ evidente, e il direttore non ne ha fatto mistero, come in tale situazione le risorse da dedicare alla manutenzione degli impianti si fossero drasticamente ridotte.” Firmato: prof. ing. Marco Boscolo nella relazione peritale del 25 settembre 2013 indirizzata alla Procura della Repubblica di Trieste ed al Sostituto Procuratore Federico Frezza.

Quando abbiamo presentato al Circolo Miani le relazioni integrali dei periti della Procura nella Conferenza Stampa del 28 dicembre scorso nessuno ne ha parlato sulla stampa e sono state completamente ignorate. Nessuno dei Capigruppo, né l’assessore regionale all’Ambiente, seppure invitati per tempo a partecipare, era come al solito presente (li trovate invece settimanalmente al circo di Ring su Telequattro a dare aria ai denti in buona compagnia oppure a commentare su mezze paginate del piccolo giornale, quasi sempre opera del maranza che ne sa quanto e meno di loro).

Nardi, commissario liquidatore della Lucchini: “Non ci sono soldi”. Più chiaro di così!

Dunque da mesi bastava leggere le carte ed era tutto scritto, eppure politici, sindacalisti e quella simpatica bandierina della Confindustria, Razeto, non lo hanno fatto, fregando in primis i lavoratori.

Questa è la semplice, fin troppo banale, verità. Cosolini e Serracchiani, trincerandosi dietro un “accordo di programma” di cui finora non è stata scritta neppure la data, hanno deciso di impiccarsi, e con loro di impiccare le famiglie dei lavoratori (circa 450 compresi il centinaio con contratti a termine), al Piano Arvedi di Cremona. Lasciamo perdere il Razeto e gli industriali locali (quali? Che in trenta e passa anni l’unico presidente di confindustria giuliana a fare di mestiere l’industriale è stata Anna Illy. Per il resto: spedizionieri, funzionari di stato e privati, come l’attuale, titolari di ditte di pulizia e così seguitando) che ogni volta che aprono bocca hanno perso una buona occasione per stare zitti.

Peccato che il Cavaliere di Cremona avesse sempre parlato chiaro. Per prendere in considerazione l’ipotesi di venire a Trieste, soprattutto con il solo affitto di ramo d’azienda, voleva soldi, e tanti dallo Stato. Che gli pagassero le bonifiche del sito (oggi un centinaio e passa di milioncini di euro), che gli mettessero in sicurezza le banchine raddoppiando le concessioni portuali per fare insomma concorrenza al Porto di Trieste, e che gli pagassero la rimozione, il trasporto e lo smaltimento nelle apposite discariche per i rifiuti tossici delle centinaia di migliaia di tonnellate oggi nelle discariche create abusivamente in Ferriera in questi anni, anche interrando il mare e spostando la linea di costa (ovviamente senza che nessuno: Procura, Capitaneria di Porto, Arpa, Ass, Regione, Provincia e Comune se ne accorgesse, salvo le vicinissime e contigue Procure di Perugia e Grosseto ed i NOE dei Carabinieri di Udine). Se poi ci stava pure il business del Cip 6 ancora meglio. In poche parole l’ipotesi Arvedi è subordinata ai soldi, almeno 150 milioni, pubblici. E attenzione la legge dice “che chi inquina paga” e dunque a che titolo Serracchiani, Cosolini, Zanonato et similia garantiscono, e pure per iscritto, che invece devono pagare i cittadini avvelenati da oltre un decennio di questo scempio? Per trovare gli attuali proprietari della Lucchini basta scorrere l’elenco delle banche quotate in Borsa, sono i dodici maggiori istituti bancari italiani, da Unicredit ad Intesa, dunque perché mai le bonifiche e tutto il resto dovrebbero essere pagati dai cittadini, per di più violando una dozzina di leggi statali?

Quando il piccolo giornale e i soliti corifei del nulla sparano balle spaziali sui lavori da fare in Ferriera, o non sanno di cosa parlano o semplicemente, per reggere il bordone dei loro amici politici, ingannano l’opinione pubblica. In quanto ai “preventivi” illustrati dal Frezza: è meglio stendere un pietoso velo e fare finta che non esistano.

Chi li dovrebbe pagare questi lavori? Chi perde tre milioni e passa al mese, con i bilanci in Tribunale, e non ha soldi?  Ed ha deciso, dal 2012, di chiudere semplicemente la fabbrica?

L’unico serio piano di riconversione del sito occupato dalla Ferriera e di ricollocazione dei lavoratori fu presentato dieci anni fa in Regione, al tavolo guidato da un tal assessore Cosolini, che coincidenza, proprio dal Circolo Miani. Allora fecero spallucce tra un sorrisetto e l’altro, agli ordini degli emissari, ma senza colbacco perbacco ed italianissimi, degli “affaristi russi” che poi addirittura il Comune assunse, uno: Rosato, come suo consulente e naturalmente non se ne fece niente.

Oggi si affidano a San Arvedi, domani chissà …





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