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Circolo Miani » News Correnti » Page 16

Un’indagine del Parlamento.

» Inviato da valmaura il 5 August, 2020 alle 12:21 pm

Ma che bravi i nostri industriali ad avvantaggiarsi anche del Covid-19 a spese dello Stato.

Gli abusivi della cassa: 600 volte quelli del reddito. 2,7 miliardi di Cig erogata impropriamente.
Confronti - La Cassa erogata impropriamente per il Covid ammonta a 2,7 miliardi, mentre le piccole “truffe” da Reddito di cittadinanza sono costate solo 4,5 milioni
Se il “furbetto” ha appeso al collo il cartellino del Reddito di cittadinanza potete stare tranquilli che contro di lui si scaglierà tutto l’establishment italiano. Partiti moderati, giornali liberali, opinionisti e parlamentari d’assalto. Se, invece, il “furbetto” succhia la Cassa integrazione da Covid senza averne diritto, a finire nei guai è chi solleva il problema.
Gli allarmi di Inps e Cgil
Lo scorso giugno il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, aveva fatto notare, a proposito di Cassa integrazione che “stiamo sovvenzionando anche aziende che potrebbero ripartire, magari al 50%, e grazie agli aiuti di Stato preferiscono non farlo”.
Finì male per lui, sul piano mediatico, con Confindustria a guidare il coro dell’indignazione: “Parole inaccettabili”, anzi no, “sconcertanti”, meglio, “ingenerose”, di più “offensive”, ecco i soliti “pregiudizi anti impresa”.
L’allarme, in realtà, lo aveva lanciato la Fillea-Cgil, il sindacato degli edili, già il 30 marzo facendo notare che “l’informativa ai sindacati come atto interno senza obbligo di comunicazione all’Istituto potrebbe rappresentare l’inizio di una pratica furbesca che vedrà centinaia di aziende di fatto scavalcare gli obblighi di legge”. La Fillea si era sbagliata per difetto, a oggi, secondo i dati forniti dall’Inps, le imprese già “beccate” nella “pratica furbesca” sono 2.600.
Quando invece si è trattato di denunciare la “dimenticanza” della moglie di un detenuto al 41-bis, che non aveva specificato nella domanda per il Reddito di cittadinanza la singolare collocazione del coniuge, lo scandalo è stato unanime. Tutti i detrattori di quella misura si sono sbracciati per chiederne l’abrogazione. Peggio ancora quando sono stati scovati ben 37 “furbetti”, (33 italiani e 4 stranieri), denunciati dai carabinieri nell’ambito di un’operazione denominata Jobless Money (Soldi senza lavoro), tra cui elementi di spicco della cosca Piromalli-Molè di Gioia Tauro. La notizia, in realtà, nei casi citati è che i controlli avevano funzionato.
I numeri della Gdf
I dati però rendono ragione dei diversi allarmi. Al 21 giugno scorso, secondo la Guardia di Finanza, sono 709 i “furbetti” scoperti nel 2019 nell’ambito dei 22.151 interventi per la tutela della spesa pubblica. Secondo i dati Inps, il reddito medio del Reddito di cittadinanza è di 521 euro mensili. I 709 beneficiari indebiti scoperti sono costati quindi 4.432.668 euro, poco meno di 4,5 milioni di euro. Stiamo parlando di una misura che ha un costo complessivo annuo di 7,5 miliardi che, secondo l’ultimo report al 7 luglio, giunge a 1,2 milioni di beneficiari per un totale di 2,9 milioni di persone coinvolte di cui 750 mila minori.
Questa è la fotografia del Reddito che, come ormai è opinione diffusa tra chi si occupa di politiche sociali, ha garantito una tenuta importante durante l’emergenza Covid.
A svelare la realtà delle cose ci ha pensato però l’audizione dell’Ufficio parlamentare di bilancio, lo scorso 28 luglio, che ha mostrato una realtà finora intuita ma non ancora rivelata.
Oltre un quarto delle imprese beneficiarie della cassa integrazione “da Covid” non ne aveva bisogno e, seppur a norma di legge, ha usufruito di una misura indebita. “Oltre un quarto delle ore è stato tirato da imprese che non hanno subito alcuna riduzione di fatturato” è l’analisi dell’Upb, che però non ha fatto una stima dei costi complessivi.
La denuncia dell’Upb
Cassa integrazione, fondi bilaterali e cassa in deroga sono state richieste finora da circa 553 mila imprese. Le ore effettivamente “tirate”, cioè realmente utilizzate, sono 536 milioni e, secondo i dati aggiornati al 13 luglio 2020 (relative ai mesi di febbraio, marzo, aprile e, parzialmente, di maggio per quanto riguarda gli anticipi delle aziende) hanno prodotto una spesa di 10 miliardi (10 miliardi e 90 milioni, per l’esattezza) di cui 5,728 miliardi corrisposti direttamente dall’Istituto e 4,362 anticipati dalle aziende. La percentuale di ore utilizzate per Covid, ma senza cali di fatturato, è del 27% quindi, conferma l’Inps, si può quantificare in 2,7 miliardi l’ammontare di spesa che si sarebbe potuta risparmiare in presenza di un comportamento corretto. Oppure, aggiungiamo noi, in presenza di controlli più stringenti o di una verifica sindacale come chiedeva a marzo la Cgil.
La Cig con causale Covid-19 è stata data, infatti, senza alcuna verifica, senza relazioni tecniche o accordi sindacali. L’estensione alle imprese con meno di 5 dipendenti ha reso ancora più ampia la platea e meno agevoli i controlli.
L’unica illegalità è quella in cui le imprese che ricorrono alla cassa integrazione continuino l’attività facendo lavorare i dipendenti in nero o, addirittura, in smart working. Dirlo o scriverlo è legato a una idea soviettista e “anti-imprese”? Neanche per sogno. Dai controlli a campione effettuati dall’Inps sono risultate ben 2.600 imprese (all’elenco in tabella vanno aggiunte almeno altre 300 matricole Inps bloccate dall’Istituto) che rientrano nella componente di illegalità.
Se i “furbetti” del Reddito costano quindi allo Stato circa 4,5 milioni di euro, i furbetti della Cig costano 2,7 miliardi, 600 volte in più. Con buona pace di Bonomi, Confindustria e di tutti quelli a cui piace vedere la povera gente restare povera e quella benestante diventare un po’ più ricca.




Trieste non è una colonia !

» Inviato da valmaura il 4 August, 2020 alle 3:00 pm

Questa SIOT ha proprio stufato, oggi l'aria della fascia costiera da Chiarbola a San Sabba è irrespirabile tanto olezza di tanfo di “benzina marcia”.
Vorremmo proprio vedere se nella stazione intermedia austriaca o al terminale di Ingolstadt in Baviera si potrebbero permettere di operare con così sovrano disprezzo nei confronti dei cittadini e dell'ambiente.
Trieste non è una colonia del terzo mondo, già è fastidioso assai che al Porto non lasciat
e un centesimo dell'Iva dovuta, ma che perseveriate con sovrano disprezzo da anni ad appestare mezza provincia da Aquilinia-San Dorligo fino a San Vito è troppo.
O cacciate una parte dei tanti soldi che guadagnate per fare gli interventi necessari ad ovviare al problema oppure è meglio pensare seriamente di farvi sloggiare.
Abbiamo capito che a Trieste non esistono organi di controllo degni di questo nome: statali o come quella barzelletta dell'Arpa, ma mai dire mai ed ipotecare il futuro.



"Serpentone" di Valmaura e "Puffi" di via Grego.

» Inviato da valmaura il 3 August, 2020 alle 11:58 am

Dejavù. Notizie superflue quanto stucchevoli: Ater e Vigili Urbani.

E' notorio che nei mesi estivi i quotidiani, in particolare il piccolo giornale che ne fa consuetudine anche negli altri periodi dell'anno, non avendo molto da scrivere riempiono le pagine di cronaca, per altro ulteriormente ridotte nella fogliatura e zeppe di pubblicità, con non notizie, solitamente interviste di Vip o presunti tali, buone per tutte le stagioni.
Anni orsono imperversavano i Procuratori Capi, oggi essendo il posto vacante, si surroga con il Presidente Ater affiancato dal capo della Polizia Municipale: due piccioni con una fava.
Peccato che la notiziona a cui il foglio locale dedica una pagina in apertura della cronaca locale, il resto è la stantia polemica tra il bue che da del cornuto all'asino su Porto Vecchio, è una notizia, se così si può definire, stampata su quel giornale almeno quattro volte, ma i presidenti Ater erano diversi, negli ultimi dieci anni.
Si suona la grancassa sul deposito eterno di auto e motocicli abbandonati nei complessi Ater, che chiamarli di edilizia residenziale è bestemmiare, di via Valmaura, nominato simpaticamente il “Serpentone” dal tubone di fogna calcinato che faceva bella mostra di se, ma ondulato, come statua equestre al centro dei due aridi quanto luridi piazzali destinati a “parchi giochi” per bimbetti, e di via Grego, detto ai “Puffi” non per i colori pastello azzurri come ritiene comunemente il triestino medio ma per l'altezza di soffitti e finestre, roba da nani.
Periodicamente la notizia riesce, noi ne abbiamo fatto un interessante reportage televisivo nel 2005, dunque solo 15 anni fa, e lo potete gustare sul sito Web del Circolo Miani nella sezione Video, e riproposto più volte con servizi fotografici ed articoli da allora in poi. Ma più che dell'area sfasciacarrozze ci interessavamo del degrado in cui migliaia di concittadini erano costretti a vivere per decisione delle istituzioni pubbliche.
Ed ogni volta l'Ater annunciava sopraluoghi e rimozioni, e stampa e televisioni riportavano pedissequi salvo poi, finite le veline, smettere di interessarsi al tema perchè questa è la brodaglia politico-informativa che passa il convento a Trieste.
E pertanto a corredo di questo pezzo non riproponiamo i nostri servizi fotografici ma due foto significativamente recenti: no, non siamo ad Alcatraz ma negli "spazi comuni" di via Valmaura. Visibili sulla Pagina Facebook Circolo Miani.




Regione. Proprio un bell’esempio !

» Inviato da valmaura il 2 August, 2020 alle 2:19 pm

Quello dei politici che invocano i “sacrifici”, ma degli altri.

I rimborsi forfettari dei consiglieri regionali di Friuli-Venezia Giulia finiscono nel mirino della Corte dei Conti che vuole chiarire se ci sia stato un danno erariale durante lo stop alle convocazioni durante l’emergenza Coronavirus. In particolare, i magistrati revisori analizzeranno i “gettoni” di presenza riscossi dai singoli componenti delle assemblee regionali e i rimborsi di vitto e trasferta riscossi nonostante le sedute si siano svolte da casa, in teleconferenza.
La procuratrice regionale del Friuli-Venezia Giulia, Tiziana Spedicato, ha già avviato un’istruttoria.
Gli accertamenti riguardano i due mesi di lockdown più rigido e su questo Spedicato ha chiesto informazioni alla Segreteria generale della Regione.
Il regolamento della Regione FVG oltre ai lucrosi stipendi ed altri benefit prevede un rimborso forfettario mensile per i viaggi verso Trieste: di 3.500 euro per i consiglieri residenti nelle province di Udine e Pordenone, 2.500 per quelli di Trieste e Gorizia (si immagina esentasse). Ma in questi due mesi nessuno dei consiglieri ha dovuto lasciare la propria abitazione per recarsi in Consiglio regionale. Questo non ha impedito ai 49 membri dell’assemblea, però, di percepire in quel periodo 155 mila euro in totale. La presidenza del Consiglio ha risposto che in realtà si tratta di somme legate all’attività politica ‘tout court’, non strettamente correlate a spostamenti sul territorio.
Ma va!
Ed allora l’indennità sia cancellata perché i consiglieri, attraverso gli appositi contributi ai loro Gruppi, già godono dei sostegni necessari ad espletare la loro “attività politica”. Ed infatti diversi di loro sono stati condannati dalla magistratura contabile e penale per le “spese pazze” (tipo saloni di parrucchiere, cambio pneumatici, acquisti di capitoni per cene natalizie: tutte ovviamente spese “politiche”).
Vergognatevi che è meglio.




Trieste. Una sanità in profonda crisi.

» Inviato da valmaura il 1 August, 2020 alle 2:07 pm

Se non apparisse irrispettoso per deceduti e familiari e per i tanti sacrifici di cui è causa, sarebbe paradossalmente da ringraziare questa pandemia che ha messo impietosamente a nudo lo stato comatoso in cui versano, soprattutto a Trieste, i servizi ospedalieri e sanitari sul territorio.
E se ancora stanno in piedi e nonostante tutto esprimono pure delle eccellenze lo si deve all’abnegazione, unita alla indiscussa formazione professionale ed umana (un ricordo per tutti: Fulvio Camerini), di molti suoi operatori che fino ad oggi né lo Stato prima e soprattutto la Regione poi hanno saputo adeguatamente valorizzare.
Questo è frutto di una “razionalizzazione” che contro ogni logica, buonsenso e rispetto dell’articolo della Costituzione che garantisce la tutela della salute dei cittadini come un bene primario, ha portato in questi ultimi 30 e passa anni ad un progressivo smantellamento e chiusura di strutture ospedaliere, ad un taglio emorragico di posti letto, ad una drastica riduzione del personale con l’alibi di un servizio sanitario distrettuale che non è mai riuscito a decollare. La frasetta: della “presa in carico” dei pazienti da parte dei Distretti sembra scritta sull’acqua in molta parte dei casi e dei risultati. E sconta l’impreparazione e l’inadeguatezza dei servizi sociali comunali.
Anzi rispetto alla cronica carenza di personale, medico e paramedico nella sanità territoriale, c’è da domandarsi a cosa servono quattro direttori per quattro distretti a Trieste se, come nel caso descritto ieri, non hanno nemmeno l’autonomia decisionale per riaprire un ambulatorio per i prelievi di loro competenza, o di ottenere nuovo personale quando necessita.
Ma chi governa la sanità triestina? Chi ha deciso il folle e costosissimo trasferimento dell’Ospedale pediatrico Burlo Garofalo, per altro depauperato da anni di quella “eccellenza” che lo faceva un modello in Europa? Come ce lo ripeteva affranto Isidoro Marass, già Direttore Sanitario del Burlo e poi Consulente Europeo per la Pediatria, socio fondatore del Circolo Miani. Insomma chi ha prodotto questa situazione?
La risposta è una sola: questa politica, indipendentemente dal suo colore, per le scelte della Regione, il vero “dominus” da decenni, e la pavidità del Comune di Trieste.
Lo spuntare sempre più del sostituto fornito dalla sanità privata, convenzionata, un legittimo e crescente business, altro non è che il frutto o se volete il risultato di queste scelte politiche. Talvolta vien da pensare perfino l’obbiettivo. Fino ad arrivare ad episodi grotteschi dove il paziente triestino in attesa di una necessaria Risonanza Magnetica, calendarizzata dal CUP sette mesi dopo a Cattinara, si sente suggerire dai medici ospedalieri l’invito a rivolgersi ad una nota clinica radiologica del vicino Veneto, convenzionata e dove non pagherà nemmeno il ticket se esente, che gli fissa l’appuntamento per il giorno dopo. E la risposta te la manda a casa via espresso postale in settimana.
Non parliamo poi delle liste e dei tempi d’attesa per prestazioni o visite specialistiche nel servizio pubblico, che bisogna munirsi dell’agenda dell’anno venturo. Però c’è il privato convenzionato, e se non basta il privato privato.
Ora si parla di cambiare rotta, di ritornare sui propri passi, di far dimenticare Pronti Soccorsi come quello che ha accompagnato per anni l’ospedale di Cattinara, con un medico e due infermieri per cinque ambulatori, ed una attesa media di 10/12 ore; una “osservazione temporanea” di dieci posti per una utenza di 240.000 residenti e i letti accatastati nei corridoi.
Quello che il nuovo direttore dell’ASUGI definì sulla stampa nella sua prima uscita pubblica con queste esatte parole: “Il Pronto Soccorso sta bene così com’è”. Per la cronaca si chiama Poggiana, e questo fu il suo biglietto da visita per i Triestini. Suggerito dal sindaco di Gorizia (Forza Italia) e nominato dalla Regione del Leghista Fedriga su proposta dell’assessore Riccardi (Forza Italia). Ma, giusto per equilibrare, non è che prima andasse sempre meglio, anzi.
Ma ripartire con chi? Con questa stessa classe politica responsabile dello sfascio? Con i dirigenti che rispondono a stringenti logiche di corrente di cui sono molto spesso il prodotto?
Ma ora aspettiamoci una ulteriore crisi assai preoccupante che rischia di incidere non poco sull’aspettativa di vita futura a Trieste ed in Regione. Ovvero la caduta, l’interruzione, o nei migliore dei casi la rarefazione delle terapie, dei controlli, delle visite per quelle decine di migliaia di cittadini che soffrono di patologie croniche e spesso gravi. Perché il Covid-19, grazie anche all’incapacità dei vertici sanitari ha trasformato ospedali e strutture sanitarie in luoghi non di sicurezza e cura ma in focolai d’infezione da cui in questi mesi le persone, anche se ammalate, preferivano tenersi a debita distanza.
Ed ora passata l’emergenza la sanità pubblica è nel completo caos non riuscendo a recuperare i fili sospesi ed i ritardi pregressi, oltre che la necessaria fiducia dei pazienti.
Un dramma nel dramma, e non è che l’inizio.




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