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Circolo Miani » News Correnti » Page 121

Ferriera. Gli “esperti” parte seconda.

» Inviato da valmaura il 8 February, 2014 alle 2:12 pm

Salvare le banche e non far pagare loro il costo delle bonifiche sito Ferriera, addebitandone il conto, 125 milioni di euro (115 più i 10 per la collina della vergogna e della menzogna), ai cittadini.

Questo il nodo centrale del fumoso “accordo di programma”, oltre a cercare di salvare le terga di una classe dirigente triestina (politica, industriale, sindacale) irresponsabile e colpevole per avere perso tredici anni (è dal 2001 che la proprietà aveva annunciato la sua volontà di chiudere la Ferriera e sottoscritto con il Governo di allora un protocollo in questo senso).

Tutto il resto sono chiacchiere e regolamenti di conti tra bande che gestiscono il sottopotere locale.

Perché le banche? Perché i dodici principali istituti bancari italiani, a partire da Unicredit ed Intesa, sono gli ultimi proprietari della defunta Lucchini-Severstal, e pertanto hanno l’obbligo di legge di pagare i costi del disinquinamento. E’ così semplice, dunque lo si scriva pure negli accordi e nel bando di vendita del Nardi: chi compra paga, oltre a tutto il resto, i 125 milioni, e se non si trova il folle di turno la somma viene addebitata alla proprietà uscente. Tertium non datur.

Ma non per la politica, vedi l’incredibile articolo del decreto del “Fare” del Governo Letta, proposto non a caso dal Ministro Zanonato, uno dei firmatari dello sciagurato “Accordo di programma”, che vuole scaricare i costi delle bonifiche dei Siti Inquinati di Interesse Nazionale sulle tasche dei cittadini violando spudoratamente il principio europeo ed italiano della legge “Chi inquina paga”.

Insomma i grandi gruppi industrial-speculativi si sono fatti i loro affaracci, hanno straguadagnato sulla pelle di lavoratori e cittadini, hanno devastato ed inquinato il nostro Belpaese, ammazzato direttamente o indirettamente migliaia e migliaia di persone, bambini compresi, ed ora la fanno franca grazie alla politica, non dovendo pagare nemmeno il ripristino dei siti da loro inquinati..

Ed è per questo che nell’accordo firmato per Trieste non viene mai menzionato il tema delle bonifiche ma si parla tuttalpiù solo della “messa in sicurezza” del sito omettendo poi di spiegare a cosa possa servire se non seguono appunto le bonifiche.

Lo abbiamo scritto e detto per primi, noi i documenti li sappiamo leggere, basta rivedersi gli articoli sul nostro sito giornale www.circolomiani.it a partire da quello titolato “Le brutte addormentate”. Alla faccia del teatrino odierno dove c’è la corsa a smarcarsi ma senza ovviamente proporre niente, come se l’esistenza della Ferriera a Trieste fosse l’undicesimo comandamento delle tavole di Mosè.

Ed il sindaco che strepita contro i sabotatori che complottano contro gli interessi dei lavoratori, ai quali in realtà e giustamente interessa solo non perdere il lavoro e se non è in Ferriera sono molto ma molto più contenti, e tutta Trieste. Ora è dal 1998 che una parte rilevante della città, alla quale modestamente il Circolo Miani e Servola Respira in piena solitudine hanno dato voce e rappresentanza reale in tutti questi anni, reclama a gran voce la chiusura della Ferriera, ma anche la copertura delle immonde vasche del depuratore fognario a cielo aperto in centro città (fuorilegge da undici anni!), oppure la bonifica dell’amianto di tutta la zona costiera-portuale o della bomba alla diossina del vecchio inceneritore abbandonato nel pieno degrado a pochi passi da dove centinaia di ragazzini fanno attività sportive, a partire dal pattinaggio Jolly, o vanno a scuola.

A parte questo il sindaco dalla memoria corta non ricorda il sondaggio (è la politica che vive di questi strumenti, no?) fatto dalla SWG, l’azienda di famiglia del PD i cui vertici gli sono compagni di partito, dove risultava che i due terzi degli abitanti della nostra provincia volevano la Ferriera chiusa ieri. Ed allora di quali interessi della città sta parlando un sindaco eletto con il voto del 27 % degli elettori? E se è per la Serracchiani è andata anche peggio, visto che complessivamente quasi il 60% dei triestini (per l’esattezza il 59%) non ha votato alle ultime regionali di pochi mesi fa, e non ha votato nemmeno per i grillini tanto per essere chiari.

E questi sono gli “esperti” che si sbranano sui ring televisivi e non, come vecchi pugili suonati, o che pretendono di spiegare all’opinione pubblica quello che loro per primi non conoscono se non per vago orecchiamento o sentito dire: oggi sul piccolo giornale in trincea è tornato il Rauber a farsi massacrare.




Ferriera. Gli “esperti”.

» Inviato da valmaura il 7 February, 2014 alle 10:41 am

Avanti un altro/a, o se preferite “fuori uno, due, ecc.”, al piccolo giornale dopo i maranza, i Rauber, i Garau, le Ziani di turno al fronte, come nella mattanza di Verdun, è la volta della Paola Bolis in Gon. E “l’esperta” di turno comincia bene “La società detenuta al 100% da Lucchini”, quando anche i sassi dovrebbero sapere che dal 2002 la famiglia Lucchini aveva venduto prima il 72%, poi l’82 ed infine il 100% delle azioni alla multinazionale russa Severstal, e che della Lucchini era rimasto solo lo sbiadito nome, infangato da centinaia di milioni di debiti, poi 1 miliardo e 200 milioni, tanto che le banche , dodici, creditrici avevano due anni fa estromesso il consiglio di amministrazione, composto dagli uomini di Mordashov, il “magnate” della Severstal, e lo avevano sostituito con propri fiduciari, fino a consegnare i libri in Tribunale ed avviare la procedura fallimentare. Da qui appunto la nomina di un Commissario liquidatore indicato dall’allora Governo Monti (ministro Passera), il Nardi per l’appunto.

Secondo “esperto”, ovvero lui, il Nardi in persona che se ne esce con questa frase, sempre ospitato nelle pagine del piccolo giornale curate dall’esperta numero Uno: “Comunque un’attività (lo sgombero delle centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali a Punta Loppa) non dovuta, in quanto questi materiali, e più in generale tutti i cumuli, erano già presenti al momento del subentro della società nella concessione demaniale». E insomma, i costi di smaltimento non sarebbero a carico di Lucchini. Chiosa a ossequiente commento l’esperta numero Uno. Una balla bella e buona sparata a casaccio dal Nardi, tanto se va va, e subito rilanciata dal giornale senza alcun controllo o verifica, che nei corsi di giornalismo per l’assunzione al piccolo giornale è peccato mortale.

Insomma la montagnola si è formata perché quei birbanti dei residenti in via Capodistria e Baiamonti entravano di nascosto a versarvi i loro rifiuti domestici per non pagare la Tarsu.

La collina della vergogna invece è opera proprio della gestione Lucchini-Severstal, altro che balle.




Le brutte addormentate.

» Inviato da valmaura il 5 February, 2014 alle 10:53 am

Perché belli fisicamente proprio non sono, causa l’avara natura.

Incredibile, senza un filo di pudore, scoprono oggi, solo oggi, l’esistenza di quella vasta area, pari ad otto campi di calcio, che ha visibilmente modificato la linea della costa (vedere foto da satellite) interrando il Vallone di Muggia con una collina alta venti e passa metri, a base di loppa e scarti di lavorazione (rifiuti “speciali”) della Ferriera. Chi lavorava e lavora nello stabilimento la chiama familiarmente “Punta Loppa”.

Dove erano il Piero Rauber, i Maranza, le Ziani, i Garau del piccolo giornale quando dieci anni e passa fa il Circolo Miani denunciava inutilmente il pericoloso scempio, anche in Procura?

Distratti o censori, fatto sta che hanno sempre volutamente ignorato le conferenze stampa, i comunicati, le manifestazioni dove il Circolo Miani e Servola Respira denunciavano pubblicamente le responsabilità dei vertici aziendali (il Rosato in primis) e dei controllori che omettevano di fare i controlli, e la lista è lunga assai e comprende: Capitaneria di Porto – vero Bon? -, l’Autorità Portuale, l’ARPA, l’ASS, la Regione, la Provincia, i Comuni di Trieste e Muggia (il Nesladek medico di base che della Ferriera e del suo inquinamento non voleva parlare), e buona ultima la Procura di Trieste che oramai ha fatto arrivare la prescrizione alle porte, impegnata com’era a perseguire gli undici cittadini rimasti per 16 ore nell’aula vuota e deserta del Consiglio comunale a denunciare questo ed altro.

Ed ora vergini sorprese a chiedersi come e dove sia sbucata quella illegale schifezza. E dobbiamo sentire il Vittorio Zollia, il cui accompagnamento coatto con i carabinieri in un’aula di Tribunale fu ordinato dal giudice del primo processo contro i vertici della Ferriera (Lucchini e sempre Rosato), quando dirigeva l’assessorato regionale all’Ambiente, dare oggi lezioni di legalità ed etica giurisprudenziale. Ma fateci il piacere.

Dopo questo ennesimo episodio di “professionalità” giornalistica passiamo a cose più serie.

Arvedi, e per lui ripetutamente l’onnipresente Rosato, hanno dichiarato fin da subito che erano disponibili a rilevare la Ferriera di Trieste a ben precise condizioni che qui sinteticamente riassumiamo.

Un primo affitto di ramo d’azienda per un periodo medio di 12 mesi, e poi per l’acquisto si vedrà. L’indisponibilità a tirare fuori anche solo un centesimo per qualsiasi operazione di bonifica, idem dicasi per l’asporto delle immani discariche abusive di rifiuti speciali create negli ultimi anni nello stabilimento (sotto gli occhi chiusi di assessori all’ambiente modello Laureni quello “che conosce la Ferriera meglio di tutti”, sono parole sue, e di tutti quanti dell’elenco sopra citato), e quantificate pure dalla pubblica confessione (ma Rauber, Maranza e company non leggono nemmeno quello che scrive un mese fa il giornale per cui lavorano) del solito Rosato sul piccolo giornale. Che il pubblico denaro (Stato, Regione o chi per loro) paghi la messa in sicurezza del lato mare ed il raddoppio del porto privato della Ferriera. Che il nuovo soggetto Arverdi possa partecipare al business del Cip6 sull’energia elettrica venduta a costi fortemente maggiorati (pagati ovviamente dai cittadini).

Detto questo poi si vedrà cosa Arvedi farà, fa pure rima.

Ora il pluridecorato e decantato “Accordo di Programma” non accoglie una che è una, neanche mezza per la verità, di queste “originali” richieste dell’eventuale affittuario di Cremona.

Non solo, escludendo in partenza la possibilità di affittare la Ferriera, quantifica in circa 23 milioni, non 18 Rauber, cambiare pallottoliere please, quello che solo per firmare il contratto d’acquisto l’Arvedi, o chi per lui, dovrebbe sborsare e solo per il primo anno perché certe voci di spesa si ripetono annualmente. Le riassumiamo in un amen: pagare l’asporto delle centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti “speciali” nelle apposite discariche (operazione costosissima), pagare i costi della depurazione, con costruzione di apposite vasche per il trattamento, delle falde acquifere inquinate, pagare i costi per sua parte della delimitazione e messa in sicurezza della costa, costruire depositi coperti per i parchi minerali, occuparsi del monitoraggio e della prevenzione sulle emissioni inquinanti nel territorio al di fuori dello stabilimento. Si tace del costo delle bonifiche (cento milioni di euro) per carità ma è ovvio che chi compra, compra tutto anche il terreno inquinato ed in quanto al Cip6 esso è decaduto per legge. Ci si dimentica, una svistina nella fretta di firmare in allegra compagnia di ministri e sottosegretari, della collinetta di “Punta Loppa”.

Poi chi compra deve ovviamente pagare i lavori di rifacimento ex novo di Altoforno e Cokeria (quantificati con inguaribile ottimismo dal duo Boscolo/Frezza in 15-16 milioni di euro), versare un milione e settecentomila di canone d’affitto annuo al demanio, e finalmente produrre in perdita di tre-quattro milioni al mese, oltre ovviamente a quanto fino a quel momento speso (occhio e croce una cinquantina di milioni anche perché bisogna pur pagare l’acquisto dell’area, più che degli impianti fatiscenti, alla vecchia proprietà).

Dunque difficile assai spiegare la giulività del sindacato e della politica. A meno che questo “accordo di programma” non serva solo ad assolvere quest’ultima dal non aver fatto nulla in 14 anni e a scaricare le responsabilità su chi non vuole comprare, ovvero sull’imprenditore suicida.

La soluzione realistica invece era da anni a portata di mano.

Far pagare tutte le bonifiche, per terra e mare e l’asporto, alla vecchia proprietà, come legge impone, fallita fin che si vuole ma riconducibile alle dodici principali banche italiane (da Unicredit ed Intesa a scendere), dunque solvibili ed in grado di far fronte ai costi totali. Rioccupare i dipendenti nelle opere di smantellamento degli impianti e di riconversione di tutta l’area verso una destinazione portuale, accogliendo le richieste fatte in questi anni, con annessi cospicui stanziamenti finanziari, avanzate da alcuni dei principali operatori portuali del mondo (Coreani del Sud e Cinesi), e utilizzando gli eventuali ingenti fondi europei creati a questo fine.

Perché non l’hanno fatto?

E una domanda che il piccolo giornale potrebbe rivolgere ai vari Serracchiani, Cosolini and company, ma sappiamo bene che mai lo farà.




Ferriera. Solo chiacchiere e distintivo (Robert De Niro/Al Capone ne “Gli intoccabili”).

» Inviato da valmaura il 26 January, 2014 alle 11:29 am

Il direttore (della Ferriera: Giuseppe Bonacina) mi ha riferito come il mandato conferitogli nell’assegnarli la direzione dello stabilimento nel 2012 fosse quello di chiudere l’attività produttiva che a tutt’oggi risulta in perdita (circa tre milioni al mese). A tal fine aveva dato mandato ai suoi collaboratori di predisporre un piano per lo spegnimento degli impianti e la contestuale messa in sicurezza degli stessi. … E’ evidente, e il direttore non ne ha fatto mistero, come in tale situazione le risorse da dedicare alla manutenzione degli impianti si fossero drasticamente ridotte.” Firmato: prof. ing. Marco Boscolo nella relazione peritale del 25 settembre 2013 indirizzata alla Procura della Repubblica di Trieste ed al Sostituto Procuratore Federico Frezza.

Quando abbiamo presentato al Circolo Miani le relazioni integrali dei periti della Procura nella Conferenza Stampa del 28 dicembre scorso nessuno ne ha parlato sulla stampa e sono state completamente ignorate. Nessuno dei Capigruppo, né l’assessore regionale all’Ambiente, seppure invitati per tempo a partecipare, era come al solito presente (li trovate invece settimanalmente al circo di Ring su Telequattro a dare aria ai denti in buona compagnia oppure a commentare su mezze paginate del piccolo giornale, quasi sempre opera del maranza che ne sa quanto e meno di loro).

Nardi, commissario liquidatore della Lucchini: “Non ci sono soldi”. Più chiaro di così!

Dunque da mesi bastava leggere le carte ed era tutto scritto, eppure politici, sindacalisti e quella simpatica bandierina della Confindustria, Razeto, non lo hanno fatto, fregando in primis i lavoratori.

Questa è la semplice, fin troppo banale, verità. Cosolini e Serracchiani, trincerandosi dietro un “accordo di programma” di cui finora non è stata scritta neppure la data, hanno deciso di impiccarsi, e con loro di impiccare le famiglie dei lavoratori (circa 450 compresi il centinaio con contratti a termine), al Piano Arvedi di Cremona. Lasciamo perdere il Razeto e gli industriali locali (quali? Che in trenta e passa anni l’unico presidente di confindustria giuliana a fare di mestiere l’industriale è stata Anna Illy. Per il resto: spedizionieri, funzionari di stato e privati, come l’attuale, titolari di ditte di pulizia e così seguitando) che ogni volta che aprono bocca hanno perso una buona occasione per stare zitti.

Peccato che il Cavaliere di Cremona avesse sempre parlato chiaro. Per prendere in considerazione l’ipotesi di venire a Trieste, soprattutto con il solo affitto di ramo d’azienda, voleva soldi, e tanti dallo Stato. Che gli pagassero le bonifiche del sito (oggi un centinaio e passa di milioncini di euro), che gli mettessero in sicurezza le banchine raddoppiando le concessioni portuali per fare insomma concorrenza al Porto di Trieste, e che gli pagassero la rimozione, il trasporto e lo smaltimento nelle apposite discariche per i rifiuti tossici delle centinaia di migliaia di tonnellate oggi nelle discariche create abusivamente in Ferriera in questi anni, anche interrando il mare e spostando la linea di costa (ovviamente senza che nessuno: Procura, Capitaneria di Porto, Arpa, Ass, Regione, Provincia e Comune se ne accorgesse, salvo le vicinissime e contigue Procure di Perugia e Grosseto ed i NOE dei Carabinieri di Udine). Se poi ci stava pure il business del Cip 6 ancora meglio. In poche parole l’ipotesi Arvedi è subordinata ai soldi, almeno 150 milioni, pubblici. E attenzione la legge dice “che chi inquina paga” e dunque a che titolo Serracchiani, Cosolini, Zanonato et similia garantiscono, e pure per iscritto, che invece devono pagare i cittadini avvelenati da oltre un decennio di questo scempio? Per trovare gli attuali proprietari della Lucchini basta scorrere l’elenco delle banche quotate in Borsa, sono i dodici maggiori istituti bancari italiani, da Unicredit ad Intesa, dunque perché mai le bonifiche e tutto il resto dovrebbero essere pagati dai cittadini, per di più violando una dozzina di leggi statali?

Quando il piccolo giornale e i soliti corifei del nulla sparano balle spaziali sui lavori da fare in Ferriera, o non sanno di cosa parlano o semplicemente, per reggere il bordone dei loro amici politici, ingannano l’opinione pubblica. In quanto ai “preventivi” illustrati dal Frezza: è meglio stendere un pietoso velo e fare finta che non esistano.

Chi li dovrebbe pagare questi lavori? Chi perde tre milioni e passa al mese, con i bilanci in Tribunale, e non ha soldi?  Ed ha deciso, dal 2012, di chiudere semplicemente la fabbrica?

L’unico serio piano di riconversione del sito occupato dalla Ferriera e di ricollocazione dei lavoratori fu presentato dieci anni fa in Regione, al tavolo guidato da un tal assessore Cosolini, che coincidenza, proprio dal Circolo Miani. Allora fecero spallucce tra un sorrisetto e l’altro, agli ordini degli emissari, ma senza colbacco perbacco ed italianissimi, degli “affaristi russi” che poi addirittura il Comune assunse, uno: Rosato, come suo consulente e naturalmente non se ne fece niente.

Oggi si affidano a San Arvedi, domani chissà …




Tutto qua.

» Inviato da valmaura il 12 January, 2014 alle 3:50 pm

“La discriminazione e l’isolamento, per ragioni di razza, idea politica, sesso, o malattia, determinano la morte civile di un individuo che anticipa e molto spesso affretta la sua morte fisica”: Corte Suprema degli Stati Uniti.

L’isolamento che è stato creato attorno alla figura di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Generale dei Carabinieri e Prefetto di Palermo è stata la necessaria premessa per la sua eliminazione fisica da parte della mafia e della politica collusa. La mafia isola sempre con la complicità di politica e società compiacenti di vuole eliminare: dal libro “Delitto Imperfetto” di Nando dalla Chiesa, presentato nel 1986 a Trieste al Circolo Miani, e dall’ultima intervista del Prefetto di Palermo rilasciata a Giorgio Bocca e apparsa su Repubblica una settimana prima della strage di via Carini.

Questa introduzione potrebbe bastare e chiudere qui per far capire quale sia stato, ed è, il costante atteggiamento della classe dirigente triestina e regionale, a partire dalla politica, con la connivenza di stampa e istituzioni, in questi trentatre anni nei confronti del Circolo Miani e delle sue iniziative.

Ci sono state, è vero, delle singole e rare eccezioni, ma la costante è stata quella di cui sopra.

Eppure il Circolo ha organizzato le più partecipate e significative iniziative in campo culturale e sociale che Trieste ricordi in questi anni, portando a Trieste a discutere con i cittadini oltre 150 tra i più importanti testimoni della società italiana ed europea (per vedere i nomi basta scorrere il parziale elenco nella presentazione del Circolo sul sito www.circolomiani.it). Ha edito per cinque anni il più diffuso mensile uscito a Trieste e dalle cui inchieste sono partite molte delle indagini sulla tangentopoli locale, nel silenzio di quotidiani e televisioni. Oggi ha un sito giornale ondine con oltre 47.500 visitatori. E dunque perché?

Semplice, proprio per questo. Perché una società immobile, ignorante ed arrogante, chiusa, percorsa da umori pieni di livore e di invidia, con il perenne terrore che qualcuno insidi le rendite di potere e sottopotere stratificate nella politica e nella società, con una assenza pluridecennale, salvo il troppo breve periodo della proprietà Melzi al Piccolo e Messaggero Veneto, di un giornalismo e di una informazione degni di questi nomi a Trieste ed in Regione (vale anche per la quasi totalità dei TG televisivi pubblici e privati). Una simile società, in cui si inseriscono automaticamente anche i soggetti “nuovi” che di volta in volta compaiono sulla scena politica ed economica, non può sopportare l’esistenza di qualcuno, in questo caso la nostra Associazione, che non risponda a questi schemi ma anzi corra il rischio con la sua completa autonomia di metterli in crisi. Anche e soprattutto per l’elevatissima partecipazione, forse, anzi senza il forse, la più alta in questi trenta e passa anni, dei cittadini alle iniziative promosse dal Circolo. E, del pari, il persistere nella comunità di un forte rapporto di fiducia e credibilità, esattamente il contrario di quanto accade per politica, sindacati ed istituzioni, verso le attività promosse dal Circolo Miani.

Pertanto tutto è stato fatto per colpire, danneggiare, limitare le iniziative del Circolo Miani in questi anni. L’uso disinvolto dei finanziamenti pubblici a favore di tutti gli “amici degli amici” da parte di Regione, Provincia e Comune. I tentativi di veri e propri boicottaggi messi in atto facendo pressioni, sempre respinte a onor del vero, su alcuni degli “ospiti” invitati a parlare a Trieste per dissuaderli a venire. Si anche questo è accaduto e più frequentemente di quanto si pensi. Le ripetute campagne di diffamazione nei confronti dell’Associazione, quando la sistematica censura e il silenzio decennale degli organi di stampa non erano bastevoli. Fino alla creazione eterodiretta dalla politica di comitatini tesi a contrastare in realtà solo le iniziative promosse dal Circolo Miani, Servola Respira, La Tua Muggia e Comitati di Quartiere sul territorio, grazie alla ampia disponibilità di “mone” in città come sempre ricordava l’amico Nereo Rocco. Financo provando ad usare le denunce e gli esposti calunniosi per cercare di colpire il Circolo con l’azione giudiziaria, visto che tutto il resto non era bastato.

Ora siamo alla fine, e nonostante il Circolo Miani sia impegnato nella nuova campagna di manifestazioni cittadine con le sei edizioni del TG da Strada, con annessa mostra fotografica, realizzate tra novembre e dicembre 2013. E viva, per pagare bollette e costi, con le campagne di autofinanziamento realizzate in strada, davanti ai supermercati, grazie all’impegno di un gruppo di meravigliosi volontari, gli stessi che aiutano a tappezzare muri e portoni con le migliaia e migliaia di locandine per informare i cittadini delle iniziative del Circolo, silenziate appunto da stampa e TiVù.

Il 21 gennaio l’ATER, presieduto da un commissario componente i vertici provinciali del PD e diretto da un altro segretario provinciale, ma di Pordenone, del PD ed ex segretario regionale della Margherita, metteranno in esecuzione lo sfratto del Circolo dalla sede e dal magazzino che occupano dai primissimi anni ’90 e che sono diventati un punto di riferimento, uno strumento indispensabile di incontro, aggregazione e riunione per migliaia di persone in questi anni, complice anche l’assenza di qualunque struttura pubblica gratuita sul territorio comunale.

A questa fine personalmente non desidero assistere. Tutto qua.

Maurizio Fogar





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