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Un suggerimento di buon senso.
Scritto da: Teodor

Per non lasciare l’iniziativa alla irrazionale disumanità.

Il fenomeno di massa dell’immigrazione da parte delle popolazioni in fuga dalla guerra, dalle dittature e dalla povertà, che in questo caso significa spesso morte per fame, negli anni a venire sarà una costante della società e della politica.

In particolare l’Europa (Comunità Europea e non), con Italia, Malta, Grecia, Cipro e Spagna in prima fila, si dovrà misurare con questa che non sarà più una emergenza ma una normalità.

La responsabilità storica di questa crisi (soprattutto in Africa ed Asia) ricade tutta sul colonialismo e sul neocolonialismo delle potenze europee e delle politiche neoimperialiste di Stati Uniti, Unione Sovietica prima e Russia oggi, con un ruolo relativamente recente della Cina.

Oggi questa fuga per la vita di intere popolazioni cozza contro una crisi economica gravissima che nei “paesi promessi” (in particolare Grecia, Italia, Spagna e Francia, ma anche Gran Bretagna e Irlanda) tocca pesantemente larghi strati della popolazione europea.

Questo apre praterie politiche a tutte quelle forze nazionaliste ed isolazioniste (vedi recenti elezioni nei paesi balcanici e del centro Europa: Ungheria e Polonia in testa) che anche e spesso soprattutto su paura ed irrazionalità fondano le loro fortune.

Analisi sociologiche, antropologiche e storiche, per quanto lucide e fondate non aiutano a risolvere il rischio di una brusca svolta all’indietro delle democrazie occidentali (il caso Trump negli USA insegna) e pone seriamente a rischio l’intero sistema dei diritti civili faticosamente acquisiti arrivando a minare l’essenza stessa della democrazia.

Non a caso in questa fase si assiste ad una serie di sconfitte elettorali di quella che qui per comodità chiameremo la sinistra (centrosinistra, laburisti, socialdemocratici e socialisti) che arretra quasi ovunque limitandosi a reagire di rimessa, davanti le brutali quanto efficaci parole d’ordine di una nuova destra che sull’autonomismo nazionalistico e sulla tutela delle rispettive identità fa leva.

L’immigrazione, l’integrazione spesso non riuscita, il fenomeno sempre più frequente del terrorismo oggi, e di più domani, legati alla emergenza povertà, alla emergenza casa e lavoro, alla sicurezza sociale, saranno dunque sempre più le tematiche centrali della politica negli anni a venire.

A fronte poi della perdita complessiva di un progetto forte e per quanto possibile comune delle forze che per comodità definiamo progressiste, ma il discorso vale anche per quelle considerate tradizionalmente moderate, liberali e centriste.

Nel nostro paese poi affrontare questa situazione con spirito realistico, che tenga cioè conto della particolare pesantezza della crisi economica e del malessere sociale esistente, sembra intimorire le forze politiche che si richiamano all’area progressista.

Arriviamo subito alla situazione della nostra Regione, che talvolta sta meglio di diverse altre realtà consimili, ma che soffre una forte tensione conflittuale ad esempio nel campo dell’assistenza sanitaria, con picchi emergenziali da lungo tempo irrisolti a Trieste.

Una delle cose meritorie varate da questo governo regionale è stata la legge di sostegno al reddito, che però sconta un limite di durata biennale, ed il requisito per i beneficiari di una residenza nel Friuli Venezia Giulia di soli 24 mesi. Oltre ovviamente alla non eccessiva disponibilità di risorse economiche da impiegare per il suo funzionamento che già in partenza limita gli importi stanziabili mensilmente.

Questa legge in sostanza si richiama, anche se lo precede nell’attuazione, al “reddito di cittadinanza”. Dove, attenzione, la parola dominante è quella “cittadinanza”, ovvero i beneficiari sono a tutti gli effetti cittadini della nostra Repubblica, qualunque sia il colore della loro pelle, purchè insomma risultino cittadini italiani.

Esito della legge regionale, allo stato attuale, è che la metà dei beneficiari, diverse migliaia di persone, non sono invece cittadini italiani, ma solo residenti da almeno due anni in Regione.

Agli effetti pratici ciò comporta, avendo raddoppiato l’area dei beneficiati, un dimezzamento degli importi stanziati mensilmente, paragonabili insomma non ad un “reddito”, basso comunque ma dignitosamente pratico, ma ad un mero contributo caritatevole al limite della sopravvivenza.

Analoga situazione si verifica frequentemente nei servizi socio sanitari (esemplare il caso delle cure dentistiche ospedaliere) e nelle assegnazioni delle case di edilizia popolare.

Se a questo si aggiunge il fenomeno, non bene gestito, dell’accoglienza per le quote di immigrati spettanti alla nostra Regione, il quadro rischia, quando già non lo sia, di diventare esplosivo.

Pronto ad accendersi ad ogni episodio di illegalità comune o peggio di terrorismo.

Bisogna allora avere il coraggio e la lungimiranza di assumere l’iniziativa e non di agire goffamente sotto scacco ed attacco all’esplodere di qualche emergenza sul territorio.

Come?

Innanzitutto coll’iniziativa di riformare la legge regionale del sostegno al reddito, riservandone il beneficio esclusivamente ai cittadini italiani. Riuscendo così ad aumentare considerevolmente gli importi stanziati e la durata degli stessi.

Ciò non significa, anzi, che chi governa la Regione non si impegni a trovare, presso il governo nazionale, nuove risorse per aiutare anche quella fetta di povertà rappresentata dai residenti non dotati di cittadinanza.

Attuare nell’offerta dei sacrosanti diritti dell’assistenza sanitaria gratuita per tutti, il modello adottato ad esempio negli ospedali delle località turistiche dell’Alto Adige. Fatti salvi i casi emergenziali, prima vengono trattati i cittadini residenti e poi quelli che non lo sono (anche le cartelle cliniche hanno le copertine di colore diverso).

Idem dicasi nelle graduatorie dei bandi per le assegnazioni delle case di edilizia popolare.

Per la presenza di comunità di immigrati sul territorio, di cui è bene ricordarsi la maggior parte considera l’Italia solo un paese di transito, va garantita l’obbligatorietà della frequenza a corsi per imparare lingua italiana, ed educazione civica “applicata”, oltre all’impiego in attività socialmente utili.

Cosi come revoca dell'accoglienza ed effettiva quanto immediata espulsione vanno applicate a chi è sorpreso a delinquere o rifiuta di riconoscere le abitudini sociali ed i diritti in uso nel nostro Paese.

Ovviamente i costi debbono ricadere sulla Comunità Europea, che l’Italia di suo “ha già dato”.



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